Meriti, demeriti e meritocrazia

di Ennio De Marzo Pavone Risorse, 10.9.2012

“Merito” è un termine entrato di prepotenza negli ultimi anni nel nostro linguaggio quotidiano, grazie soprattutto ai media, che spesso lo hanno caricato di significati quasi metafisici: il merito appare una sorta di iperuranica “idea del Bene”, al quale tutto e tutti devono tendere ed obbedire. A dire il vero non proprio tutto e tutti. Sembrano esserne immuni sia i politici che i giornalisti, che pure lanciano strali contro altri settori della vita pubblica italiana considerati come “immeritevoli”, in modo particolare, contro i docenti della scuola pubblica statale. Questi ultimi rispondono che di meriti ne hanno da vendere e pure ai loro detrattori, che non sono pochi. Chi ha ragione? Rispondere a questa domanda significa rinvigorire una polemica ormai più che decennale e nella quale la “ragione” sta sempre dalla parte di chi è più forte, di chi detiene il potere politico e quello massmediatico. E allora proviamo a guardare il problema da un’altra prospettiva e chiediamoci se davvero il merito è un valore assoluto.

È noto che si può meritare una promozione, una carezza, un regalo. E tuttavia si può meritare anche una retrocessione, uno schiaffo e una punizione. Spesso nelle cronache sportive si sente dire che quella squadra “meritava di vincere”, anche se ha perso. Dunque che razza di valore assoluto è il merito?

In guerra un soldato che compie il proprio dovere sparando merita un premio, mentre chi si rifiuta di farlo una punizione. I giudici della corte di Norimberga rigettarono la tesi difensiva degli accusati, basata sull’obbedienza agli ordini superiori, e venti anni più tardi un piccolo sacerdote di provincia, don Milani, farà della disobbedienza un merito e come tale degno di essere ricompensato (anche se non sempre in questa vita).

Ciononostante, il merito ha continuato e continua a presentarsi come valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. Il più noto quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, ha creato un blog specifico con quel nome, raggiungibile all’indirizzo “meritocrazia.corriere.it”. E tuttavia, il termine “meritocrazia” non è affatto antico come “merito”. Lo ha coniato nel 1958 uno scrittore e politico inglese, Michael Young, autore dell’opera The Rise of the Meritocracy. In questo libro, l’autore immagina che il suo paese stia ormai avviandosi verso un originale sistema politico, la meritocrazia appunto. Ma non è solo immaginazione. La storia, infatti, è densa di rimandi all’attualità politica del tempo. Come accade nel caso della diatriba tra i sostenitori della scuola pubblica aperta a tutti e i sostenitori della scuola differenziata in base al merito. Nella finzione letteraria così come nella realtà, alla fine prevalgono questi ultimi, i quali intendono il merito come “sforzo più intelligenza” e l’intelligenza come un’entità distribuita in maniera diseguale tra gli individui. Stante tale diseguaglianza, il sistema scolastico non potrà che differenziarsi se vuole realmente essere efficace e di qualità. Ma come valutare tale intelligenza? Attraverso un test, l’IQ, il quoziente intellettivo.
“La valorizzazione del merito – scrive lo studioso Terenzio Maccabelli, commentando l’opera – cessa in questo modo di essere un processo ex post” per trasformarsi in un processo “che si svolge ex ante”. Grazie alla selezione garantita dai test dell’IQ si forma una nuova élite e il sistema meritocratico prende rapidamente forma. Un sistema in cui ogni individuo occupa un posto preciso nella gerarchia sociale, un posto prestabilito sin dalla nascita. L’assioma della meritocrazia – si legge nell’opera di Young – è che “gli individui sono ineguali e da esso discente il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità”, al suo merito. La meritocrazia è dunque retta dai “più intelligenti”, che sono poi una piccolissima élite a fronte di una grande massa di esclusi. Esclusi affranti e depressi, in quanto consapevoli che la loro condizione dipende interamente dal loro basso IQ. E tuttavia, per quanto elitario, il sistema sembra funzionare alla perfezione al punto che scompaiono totalmente i conflitti sociali. D’altro canto, un sistema basato sul merito rende obsoleto anche il significato stesso di diseguaglianza sociale.

Ma ad un certo punto il sistema comincia ad avvitarsi su se stesso, in quanto i meritevoli tendono ad accoppiarsi tra di loro, rendendo il merito una carica ereditaria. L’élite al potere si trasforma in tal modo in una aristocrazia burocratica e la dinamicità del sistema viene meno.

La crisi della meritocrazia rafforza la posizione degli esclusi, degli “immeritevoli”, i quali danno vita ad un vasto fronte di opposizione, che culmina con la pubblicazione del “Manifesto di Chelsea” del 2034, nel quale si legge che

la società senza classi sarà quella che avrà in sé e agirà secondo una pluralità di valori. Giacché se noi valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza e cultura, per la loro occupazione e il loro potere, ma anche per la loro amorevolezza e generosità, le classi non potrebbero più esistere. Chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre?

Dopo quasi ottant’anni di assoluta pace sociale, l’Inghilterra sembra piombare pericolosamente nel caos. Il pericolo di una rivoluzione di vastissime proporzioni è dietro l’angolo. D’altro canto, gli “immeritevoli” sembrano avere le idee chiare, proprio come i “meritevoli”, su quale sarà il perno del futuro sistema: l’educazione.

Il bambino, ogni bambino, è un individuo prezioso e non soltanto un potenziale funzionario della società. Le scuole non debbono limitarsi a fornire individui idonei a svolgere le mansioni considerate importanti in un particolare momento, ma debbono dedicarsi a incoraggiare lo sviluppo di tutte le qualità umane.

L’opposizione chiede di conseguenza l’abolizione delle scuole differenziate e la loro sostituzione con un sistema di istruzione a indirizzo unico. Un sistema in cui “i simili si mischino ai dissimili” e nel quale “si promuove la diversità entro l’unità”. Scuole in cui i docenti insegnino “il rispetto per quelle infinite differenze umane che non sono certo gli ultimi valori del genere umano” e dove i bambini non vengano considerati come “formati una volta per sempre dalla natura” bensì come “una combinazione di facoltà che possono essere coltivate mediante l’educazione”.

Duemilatrentaquattro. Non proprio dietro l’angolo, ma nemmeno così lontano nel tempo …

PS: il termine “meritocrazia” non viene spiegato in tutte le sue implicazioni politiche dai migliori dizionari. D’altro canto, non è compito dei dizionari addentrarsi in campi che sono propri della politica. Una buona definizione del termine mi sembra quella contenuta in Finché c’è vita non c’è speranza, di Giovanni Soriano:

Meritocrazia: sistema sociale in cui la distribuzione di riconoscimenti e compensi è commisurata al valore della raccomandazione di ognuno