Morire in cattedra

Bianca Fasano La Tecnica della Scuola, 2.3.2012

Noi insegnanti, che abbiamo letto il libro “Cuore di De Amicis”, abbiamo forse sognato a volte di somigliare al Maestro Perboni, benché lui sia, in effetti, un uomo triste, senza famiglia. Ancorato alla scuola e di più ai suoi allievi che considera “i suoi figliuoli”. Forse a me, donna, è parso di assomigliare un po’ al personaggio della “Maestrina dalla Penna Rossa”, dolce, giovane, fresca, amata. Ma, se le cose continueranno ad andare, in ambito scolastico, così come vanno, rischiamo piuttosto di assomigliare alla “Maestra della Prima Superiore”, che è stata la maestra di “Enrico” nella prima superiore e muore verso la fine del libro. Al contrario di quanto sembra divenuto oggi una specie di stereotipo condiviso, il “mestiere artigianale” d’insegnante è uno dei più usuranti e pertanto, l’innalzamento dell’età per il pensionamento diverrà sempre di più un fattore decisivo per l’incremento dell’incidenza di una miriade di disturbi che riguardano la “sfera salute” dell’insegnante medio, compresa la così detta “sindrome del burnout”, considerata l'esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone le quali esercitino professioni d'aiuto, nel caso queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Grazie a quella che l’Istat considera una “aspettativa di vita”, dal 2013 scatterà un aumento di tre mesi sui requisiti d’età anagrafica per la pensione di vecchiaia e su quelli di anzianità contributiva per la pensione anticipata. A causa di ciò si allontanerà l’accesso alla pensione e gli aumenti legati all’adeguamento alla speranza di vita saranno biennali dal 2019. Tutto ciò in una scuola che sembra divenire sempre di più come una fabbrica di marmellate in cui si badi molto alla forma del contenitore, dimenticando che la qualità della marmellata/allievo, è ciò che davvero conta.

Alcuni studi, che hanno messo in parallelo quattro macroaree professionali, ossia di dipendenti dell’Amministrazione Pubblica, quali insegnanti, impiegati, sanitari e operatori, hanno messo in luce come la categoria degli insegnanti sia quella più soggetta a un ritmo pressante di patologie psichiatriche (a prescindere da fattori quali il sesso e l’età), pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori.

Gli insegnanti di oggi sono “strani?” Forse è un burnout in agguato! Con un “raptus” improvviso un insegnante di religione troppo spesso deriso, nel Cuneese, investe i suoi allievi. Una maestra elementare “dimentica” un allievo andato al bagno. Altri perdono la pazienza con facilità, si sentono derisi, sono demotivati. La fabbrica della marmellata dimentica la “materia prima”: allievi ed insegnanti, in un mare di carte, di presidi non più “direttori didattici”, ma “dirigenti” al servizio di una fabbrica che si sentono legalmente al “comando” di “operai della cultura” incapaci di difendersi come fecero i “veri operai” con le loro lotte. “Operai della cultura” che dovrebbero invece riscoprire le passioni e le motivazioni di un ruolo, schiacciato oggi più che mai, dalla burocrazia e dalla penuria delle risorse economiche finanche atte a finanziare i corsi di aggiornamento. Morire in cattedra: di cattiva salute, di vecchiaia, di noia, d’impossibilità ad essere ciò che non possiamo essere: “automi a perdere”, nella categoria degli insegnanti che ha presentato il più importante numero di domande disabilità per patologie e disturbi collegati alle vie aeree e per patologie psichiatriche.

Essere insegnanti vuole difatti dire incorrere in tutti i disagi relazionati alla professione, ossia le “helping profession” (usura psichica), collegate ai fattori fisici e sociali, e inoltre alle reazioni di adattamento positive quali la condivisione e negative, quali l’isolamento che si attivano nei professionisti della formazione. Si dovrebbe riflettere su ciò, fosse anche in nome del Testo Unico per la tutela della salute nei posti di lavoro (D.L.vo 81/O8), che all’art. 28, statuisce proprio l’esigenza di “individuare, monitorare e contrastare i rischi specifici della professione e lo stress da lavoro correlato”, considerando anche il genere e l’età del lavoratore. I docenti italiani lavorano “poche ore”? Quanto dura un intervento chirurgico che salva una vita? Lo misuriamo forse in ore di lavoro? Il confronto con gli allievi (che non sono carte o pacchi di biscotti, o dadi da girare a destra e sinistra), è usurante, zeppo di responsabilità ribaltate sull’insegnante dalla società in generale (la quale insegna con ogni mezzo il contrario di quello che dovrebbe), e dalle famiglie, spesso sfaldate, decostruite, distrutte o fatte d’aria.

In un continuo mare di rumore di sottofondo l’insegnante deve mantenere la propria voce ad un’intensità pari ad almeno 10 decibel in più rispetto al rumore di fondo. Il “rumore” influisce sull’apparato cardio-vascolare, su quello respiratorio ed endocrino. Nascono e si sviluppano le patologie delle prime vie aeree: la faringe e la laringe, giacché l’insegnante è costretto a parlare costantemente. Ricerche odierne collegano per di più alcune patologie tumorali all’attività d’insegnamento perché si aggiungono fattori socio-culturali che gravano in modo preminente sulla qualità della professione. Basti pensare alla diseducazione degli studenti, al poco riguardo e alla svalutazione sociale del nostro lavoro, aggravata dall’aumento del numero degli alunni per classe, e dalla delega dei genitori ai docenti per molto di ciò che riguarda l’educazione dei loro figli.

A causa del fatto di essere pressati da diversi e svariati stimoli stressogeni intensi e protratti nel tempo, noi docenti risultiamo a rischio per quanto riguarda la sindrome del "burnout". Ma l’Istat dice che abbiamo il dovere di vivere di più e, in conseguenza di ciò, tra qualche anno in cattedra ci moriremo, secondo l’esperienza Giapponese: al lavoro “dalla culla alla tomba”.


Bianca Fasano

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