SCUOLA

Solo un reclutamento regionale
può sanare i mali della scuola

di Giulio Cassina il Sussidiario 24.4.2012

Fra i problemi che travagliano la nostra scuola quello relativo al reclutamento dei docenti e alla loro formazione è sicuramente uno dei più rilevanti ed attuali.

Prima di riassumere lo stato attuale di questo problema e di indicare quali potrebbero essere le prospettive future riteniamo doverosa una precisazione: nel momento in cui si tratta di reperire fondi per assumere del personale (e le spese della scuola sono in gran parte destinate al personale) le buone intenzioni del Miur, quando sono veramente buone, devono fare i conti col Ministero dell’Economia che da sempre, ma più ancora in questo periodo di ristrettezza economica, è restio ad aprire la borsa.

Attualmente il reclutamento del personale docente avviene, sulla base del contingente autorizzato di anno in anno, attraverso due canali che consentono ciascuno la copertura del 50% dei posti disponibili: il primo canale è rappresentato dai concorsi ordinari del 1999 o, prima ancora, del 1990 con graduatorie in parte esaurite, mentre il secondo canale opera con le graduatorie ad esaurimento.

Per ovviare agli inconvenienti derivanti dall’applicazione di questa procedura e soprattutto per aprire le possibilità di accesso all’insegnamento di chi si è laureato più di recente la Legge finanziaria per il 2008 aveva conferito al governo la delega per stabilire le procedure per il reclutamento del personale docente con concorsi ordinari a cadenza biennale.

Tuttavia sono passati quattro anni e solo alcuni giorni fa è ripreso il confronto tra Miur e sindacati su questa materia, con l’enunciazione dell’intenzione del ministro di indire un nuovo concorso, ma parallelamente con l’avvertenza che si prospettano tempi non brevi soprattutto per approvare un nuovo regolamento sul reclutamento del personale docente. Come dire che si andrà per le lunghe.

Anche per la formazione iniziale dei docenti le cose non vanno molto meglio.

La legge finanziaria 2008, infatti, aveva previsto che il governo determinasse le modalità per la formazione iniziale, cosa alla quale si è provveduto col DM 249/2010 che ha istituito il Tfa, Tirocinio formativo attivo.

Ma quando si passa alla fase attuativa cominciano i problemi. Infatti nella nota del 27 febbraio scorso il Miur ha fissato il numero dei posti disponibili per il Tfa solo per la scuola secondaria di primo e secondo grado, non dicendo nulla per la scuola dell’infanzia, la primaria, il sostegno e la musica; nella stessa nota il Miur prevede di avviare le prove d’accesso entro il mese di giugno: avviare, va bene, ma quando si concluderanno?

Come si vede, anche qui si andrà per le lunghe e va rimarcato un altro limite presente nella proposta del Miur: se il Tfa serve solo per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento, perché non elevare il numero dei posti disponibili? A meno che le disponibilità delle Università siano queste e non di più.

In questa situazione non certo rosea e foriera di buone speranze per chi vuole accedere alla professione docente si aggrava la sorte dei tanti precari, ai quali prima si fa balenare l’illusione di 10mila assunzioni, che subito dopo svanisce, perché l’organico non si tocca e le eventuali nuove assunzioni saranno determinate sulla base delle disponibilità finanziarie del Miur.

In questo panorama si è inserita, con effetto dirompente, la proposta di legge della Regione Lombardia che, con riferimento all’autonomia scolastica, prevede il reclutamento del personale docente con concorso di istituto in relazione agli insegnamenti previsti nelle diverse istituzioni scolastiche.

La proposta, che è stata apprezzata dalla Provincia autonoma di Trento che intende seguire la stessa strada, non è affatto incostituzionale, come sostenuto da alcuni partiti (Pd soprattutto) e dai sindacati: infatti la riforma del Titolo V della Costituzione stabilisce che l’istruzione è un potere concorrente tra Stato e Regioni, cioè lo Stato fissa i principi generali e poi le Regioni pensano alla gestione, ivi compresa quella del personale.

Fatto sta che sinora la materia è rimasta sulla carta e, oltre a quelle dei sindacati, si devono registrare anche le resistenze del governo che proprio in questi giorni ha dichiarato di voler indire i concorsi.

Secondo noi, le competenze tra Stato e Regioni in materia di istruzione vanno chiaramente definite, altrimenti tante norme costituzionali rischiano di continuare ad essere solo affermazioni di principio.

Del resto questa distinzione è un elemento già acquisito nelle Asl e nelle Aziende ospedaliere, non si vede perché il reclutamento del personale della scuola debba continuare ad essere di competenza esclusiva dello Stato.

Anche sul versante della formazione dei docenti va fatto un salto di qualità col superamento del concetto che la formazione debba essere ancora prevalentemente disciplinare, mentre è importante che si insegni il mestiere del docente che presuppone le conoscenze disciplinari ma non si esaurisce con queste.

In altri termini, occorre superare le attuali scuole di specializzazione istituendo dei luoghi diversi dalla scuola e dall’università deputati alla formazione iniziale e in itinere dei docenti. Si tratta di una sfida non facile, ma una scuola di qualità si realizza soprattutto con docenti di qualità.