scuola

Contro la "follia" dei docenti
ci vuole l’anno sabbatico

Anna Di Gennaro il Sussidiario, 26.2.2011

Caro Ministro,

assieme al mio staff dello sportello di ascolto per insegnanti in difficoltà, aperto pochi mesi or sono dall’associazione Diesse Lombardia - ma che risponde a tutti coloro che scrivono o telefonano anche dal resto d’Italia, da Palermo a Napoli, nonché dalla capitale - la sollecito a rispondere urgentemente all’interrogazione parlamentare presentata dal senatore Valditara il 12 gennaio u.s. e riportata integralmente di seguito. La stessa era già stata presentata, invano, dall’on. Sbrollini l’11 dicembre 2009. L’ho consegnata educatamente - brevi manu - al suo giovane e intraprendente collaboratore, Max Bruschi, in data 17 gennaio presso l’istituto Cardano, durante un interessante convegno. La mia speranza è che a quest’ora gliel’abbia almeno mostrata.

Credo sia utile ripercorrere alcune tappe fondamentali. Già nel 2003 l’on. Valentina Aprea rispose, in modo ampio e dettagliato, ad un’analoga interpellanza presentata dall’on. Mario Pepe. Tuttavia la risposta ci aveva lasciati sbalorditi poiché indicava nell’e learning, ripetuto più volte nel testo, la panacea dei mali che affliggevano la scuola, tra i quali i clamorosi dati comparativi derivanti dalle evidenze scientifiche. Affermazioni relative a grafici fin troppo eloquenti e allarmanti, ma evidentemente sottovalutati o non compresi appieno.

L’anno successivo era stata altresì pubblicata la nuova ricerca comparativa dall’autorevole rivista La Medicina del Lavoro n°5/2004: “Quale rischio di patologia psichiatrica per la categoria professionale degli insegnanti”.

In essa emergeva, incontrovertibile, un altro clamoroso aspetto: insegnanti maschi e docenti femmine ammalavano in eguale misura, nonostante i primi fossero divenuti la fetta più piccola dell’areogramma: in dati percentuali nemmeno il 20 per cento. Da tutto ciò deriva la scelta dell’incipit del dossier Scuola di follia, edito da Armando nel 2005 e presentato dal suo autorevole e anziano predecessore, l’ex ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro nonché dal luminare della neuropsichiatria infantile Giovanni Bollea, recentemente scomparso. Entrambi i testi da incorniciare. Le consiglio vivamente di leggerli accuratamente prima di rispondere all’interrogazione.

Nel 2005 fui invitata al primo convegno dei bibliotecari italiani svoltosi qui a Milano presso l’istituto Cavalieri. Presiedeva la grintosa prof. pisana Maria Teresa De Nardis che presentava il nuovo portale del CONBS per una navigazione virtuosa da parte dei numerosissimi addetti ai lavori giunti da ogni parte d’Italia. Presente anche un altro impeccabile relatore, il prof. Paolo Odasso, giunto da Torino e divenuto direttore dell’attivissimo ed efficiente Irre Piemonte. Seduta in fondo, mi ero soffermata ad osservare l’ampia aula magna dov’erano convenuti centinaia d’insegnanti di mezza età. Con vero stupore, avevo notato che metà dei presenti erano imbiancati docenti maschi che terminavano in biblioteca la loro carriera scolastica. Tutti divenuti inidonei all’insegnamento finivano, e finiscono ancora oggi, in segreteria o in biblioteca.

La possibilità della mobilità intercompartimentale è riservata a pochi, ma sarebbe indispensabile preventivarne l’aumento considerato che alcuni docenti particolarmente competenti, spesso stanchi e logorati anche psicologicamente dall’insegnamento per molteplici motivi, meriterebbero di vedere riconosciuta la loro professionalità in altre mansioni, maggiormente adeguate al loro alto livello culturale. Se opportunamente valorizzati in altri ruoli, diverrebbero ottime guide turistiche, molto utili sia al ministero dei Beni Culturali sia a quello del Turismo. Nel 150° anniversario dell’Unità si avvarrebbero di persone eclettiche, ricche di una cultura poliedrica, non solo specifica e settoriale, maturata durante gli anni di “lungo studio e grande amore”: una vera passione che contagia ogni giorno gli studenti. 

Quel giorno, dunque, avevo avuto la conferma di quanto stentavo a credere. Lo specialista Vittorio Lodolo D’Oria, intervistato di recente proprio da questo quotidiano e primo firmatario della succitata ricerca, procedendo alla conta numerica oltre che al confronto di categoria, aveva individuato le “pari opportunità” di ammalare di quel disagio mentale da stress reiterato, tipico delle professioni di aiuto. Lo aveva peraltro già dimostrato in una sua precedente pubblicazione, il Getsemani, riportata come inserto dal quotidiano Il Sole 24 Ore Scuola nel 2002:

«Mentre non si evidenziano differenze significative di patologia psichiatrica tra docenti di scuola materna, elementare, media e superiore, a discapito dei docenti si rileva anche un rischio oncologico superiore di 1.5-2 volte rispetto ad operai e impiegati, lasciando supporre che ciò sia dovuto ad immunodepressione conseguente all’esaurimento psicofisico. Già nel lontano 1979, secondo uno studio effettuato dalla Cisl assieme all’Università di Pavia, emerse il dato allarmante che il 30% degli insegnanti dell’area milanese faceva ricorso agli psicofarmaci. Infine, secondo un recente studio svolto nella città di Torino, il disagio mentale appare direttamente correlato all’anzianità di servizio».

(Si tenga conto che nel 1979 gli psicofarmaci non erano “maneggevoli” come gli attuali (SSRI), per i numerosi e pesanti effetti collaterali. Inoltre la loro prescrizione era appannaggio pressoché esclusivo dei neuropsichiatri, mentre oggi vengono comunemente prescritti dai medici di base. Per far comprendere l’esplosione del fenomeno noto come “medicalizzazione del disagio” basti dire che, rispetto al 1979, i prescrittori sono decuplicati (da circa 6mila a 60mila) e la vendita degli psicofarmaci è ultimamente raddoppiata, nda).


Ecco quindi la mia richiesta di illustre sconosciuta, che (ingenuamente?!) confida ancora nelle Istituzioni: l’introduzione dell’anno sabbatico, retribuito, esattamente come avviene per i docenti universitari, per tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado.

Negli Usa esiste già, peraltro obbligatorio, ogni sette anni e ci sarà un motivo. Esso costituirebbe un primo rimedio al dilagare di quel “mal di scuola” che affligge i docenti migliori, proprio i più motivati e seri, quelli che danno quotidianamente anima e corpo alla scuola. Ai dirigenti scolastici il compito di informarsi e aggiornarsi a dovere per far fronte alle recenti normative in materia. L’anno sabbatico retribuito a chi ne fa onestamente richiesta, ma basterebbe anche un buon semestre di aggiornamento in itinere al duplice scopo di “ricaricare le pile” e apprendere l’uso delle nuove tecnologie che troppi non utilizzano ancora con adeguata padronanza. Alcuni docenti, provati dalla fatica dell’educare e dall’età ma innamorati “pazzamente” della scuola, finiscono per non assentarsi praticamente mai. Altri troppo spesso. Molti hanno gettato la spugna precocemente o hanno scelto il part time convinti di risolvere il loro problema. Ciascuno ha esperito una personale strategia e la vasta letteratura degli insegnanti/scrittori ne è la prova.

Occorre permettere a tutti coloro che ne facciano richiesta, intimoriti dallo spettro della perdita del posto di lavoro e tuttavia amaramente consapevoli del rischio di nuocere ai ragazzi loro affidati, di “riciclarsi” nelle modalità maggiormente confacenti alla loro professionalità. In ultima analisi chiarisco che servirebbe a ben poco insistere sulle modalità di valutazione dei docenti e delle scuole senza tenere conto di questa realtà. Da anni in Francia esiste un’apposita commissione di esperti preposti al periodico e costante monitoraggio della salute psicofisica dei docenti. Un appello e un monito alle nostre istituzioni affinché intervengano immediatamente.

Certa di una sua replica, la ringrazio anticipatamente per la risposta anche a nome del mio staff e di tutti coloro che - fiduciosi - si rivolgono a noi.