Fino a 5 anni supplementari
per la pensione.
Chi si «salva» di un soffio

da Quotidianamente.net, 8.12.2011

L’Oscar della sfortuna spetta senza dubbio ai nati nel 1952. È questa, infatti, la classe più penalizzata dalla riforma delle pensioni: dovranno lavorare sino a cinque anni in più. Con la «ricetta Fornero», dal primo gennaio 2012 l’età di vecchiaia delle donne del settore privato sale a 62 anni (le dipendenti pubbliche sapevano già di lasciare il lavoro a 65 anni) e sarà ulteriormente elevata a 63 anni e 6 mesi nel 2014, a 65 nel 2016 e a 66 anni a partire dal 2018. L’elevazione dell’età ci sarà anche per gli uomini, che a partire dall’anno prossimo potranno ottenere la rendita di vecchiaia solo dopo aver compiuto 66 anni.

Non va meglio a chi pensava di ritirarsi dopo 40 anni. Dal 2012 per ottenere la pensione prima dell’età della vecchiaia occorrono 42 anni ed un mese per gli uomini e 41 anni ed un mese per le donne, requisiti aumentati di un ulteriore mese per l’anno 2013 e di un ulteriore mese a decorrere dall’anno 2014 (42 anni e tre mesi gli uomini e 41 anni e tre mesi le donne).

Ma vediamo, attraverso esempio concreti, come sono cambiate le cose per alcune classi di età.

 

Classe 1950

Vediamo cosa succede ad un soggetto che è entrato stabilmente nel mondo del lavoro a 27 anni, nel 1978. Nel 2011 può quindi contare su 33 anni di contribuzione. Avrebbe potuto conquistare il traguardo della pensione nel 2013 (con pagamento nel 2014) raggiungendo la quota 97, il minimo di 35 anni e 63 di età. Ora deve aspettare la pensione di vecchiaia nel 2016, a 66 anni e 7 mesi di età: due anni e mezzo dopo di quanto aveva programmato.

 

Classe 1951

Esaminiamo tre casi tipo: una parrucchiera, un dipendente di supermercato e una impiegata comunale. La prima non ha problemi in quanto ha compiuto i 60 anni e 30 anni di contributi, per cui percepirà la pensione nel 2013, tredici mesi dopo aver compiuto l’età. Il secondo, che ha cominciato a lavorare nel dicembre del 1974 e festeggia il compleanno la vigila di Natale, farà certamente una bella festa perché l’ha scampata per un pelo. Raggiungendo la quota 96 entro il 2011, infatti, conquista il diritto alla pensione di anzianità, anche se per lasciare il lavoro dovrà pazientare sino a Natale dell’anno prossimo: potrà riscuotere l’assegno (per via della finestra mobile) con decorrenza gennaio 2013. Se fosse nato una settimana dopo, nel ’52, avrebbe dovuto rassegnarsi a restare al lavoro sino al 2018. La terza, l’impiegata del comune, andrà invece in pensione nel 2017 (a 66 anni e 7 mesi di età). Per lei, in fondo non è una sorpresa, poiché già con la manovra dell’estate del 2010 l’età delle donne del pubblico impiego è stata elevata a 65 anni dal 2012. Lavorerà un anno e mezzo in più di quanto aveva già programmato.

Come detto, è la classe di età maggiormente stangata dalla riforma del governo Monti. Prendiamo il caso di un dipendente che ha cominciato a lavorare nel 1976. Ebbene, stando alle vecchie regole il protagonista del nostro esempio contava di andare in pensione di anzianità (beneficiando del sistema delle quote) a gennaio 2013, una volta raggiunti i 60 anni e i 36 di contribuzione con la solita attesa della finestra mobile di 12 mesi. Ora è stato bloccato dalla soppressione delle quote, e l’innalzamento dei requisiti per il pensionamento anticipato. Infatti, potrà lasciare il lavoro solo nel 2018 quando avrà raggiunto 42 anni e tre mesi di versamenti e 66 anni di età.

Vediamo ora cosa capita all’ impiegata del 1952. Pensava di lasciare il lavoro nel 2013, un anno dopo aver festeggiato i 60 anni. Andrà invece in pensione nel 2015, il mese successivo a quello in cui avrà compiuto 63 anni e 6 mesi. A meno che non sia entrata nel mondo da giovane, in modo da poter contare su 41 anni di contribuzione prima del 2015.