Dossier

Pensioni, uomini via dal lavoro a 42 anni
fino a sei anni di attesa obbligata

Si chiude l'era del sistema retributivo, da gennaio 2012 tutti i lavoratori avranno il contributivo. Finisce anche la lunga stagione dell'anzianità, un'anomalia con effetti pesanti sulla spesa corrente. Salvi gli assegni sotto i mille euro

di Roberto Mania la Repubblica, 5.12.2011

SI CHIUDE un'epoca per il sistema previdenziale italiano: quello del sistema retributivo e delle disparità di trattamento. L'estensione a tutti del sistema di calcolo contributivo rappresenta una novità importante e un passo decisivo verso l'armonizzazione delle regole. Saremo tutti uguali davanti alla pensione e i nostri assegni dipenderanno dal livello dei versamenti accantonati e non dal livello delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro.

VIDEO La Fornero si commuove sui sacrifici 1

E finisce anche la lunga stagione delle pensioni di anzianità. Anomalia tutta italiana nel sistema pensionistico, con effetti molto pesanti sulla spesa corrente, dove la previdenza rappresenta oltre il 40 per cento. Perché chi andava in pensione con 57 o 58 anni finiva per ricevere una pensione per un periodo molto lungo (venti o più anni) visto che le aspettative di vita si sono molto allungate, oltre gli ottanta anni sia per le donne sia per gli uomini.

Il no dei sindacati 2 / Le altre misure 3

Chi lascerà il lavoro prima dell´età per la pensione di vecchiaia subirà una penalizzazione sul trattamento. Ma potrà lasciare in una fascia di età flessibile: 62-70 per le donne; 66-70 per gli uomini. Spariscono dal sistema pensionistico le cosiddette "finestre mobili" e le complicate "quote", cioè la somma tra anni di contribuzione e età anagrafica, che, insieme, rappresentavano una via soft al superamento della pensione di anzianità.

Il governo - ed è significativo che l'abbia deciso un ministro donna - ha scelto di accelerare l´equiparazione dell´età pensionabile di uomini e donne. Obiettivo: 67 anni di età media effettiva del pensionamento. Già dal prossimo anno quella della donne salirà a 63 contro i 66 degli uomini.

DONNE
Equiparazione anticipata cade 8 anni prima, nel 2018
L'età per il pensionamento di vecchiaia delle donne salirà bruscamente di due anni dal prossimo anno: dagli attuali 60 anni a 62 (in un primo tempo si erano ipotizzati i 63 anni). Un primo scalone, quindi, dopo il quale progressivamente l'età crescerà (64 anni nel 2014, 65 nel 2016) fino a raggiungere nel 2018 quota 66. È un'accelerazione importante rispetto al ruolino di marcia impostato dal precedente governo che prevedeva la equiparazione uomini-donne a 67 anni solo nel 2026. L'età delle donne impegnate in un lavoro autonomo salirà a 63 anni e sei mesi.

Per le donne, inoltre, è prevista una fascia flessibile per il pensionamento tra i 63 anni e i 70. La flessibilità di uscita per gli uomini è invece prevista nella forchetta tra 66 e 70 anni. Chi lascerà il lavoro prima dell'età per la vecchia subirà una penalizzazione. Rinviare l'uscita significherà raccogliere più contributi che contribuiranno ad aumentare il montante sul quale si calcolerà l'assegno pensionistico. Si reintroduce così un principio di flessibilità nell'uscita dal lavoro, coerente con un sistema di calcolo contributivo. Sia per gli uomini sia per le donne sarà necessario un requisito minimo di anzianità contributiva di 20 anni.

ASSEGNO
Il contributivo pro-rata metodo di calcolo per tutti
L'estensione del metodo contributivo nella forma pro rata rappresenta una svolta nel sistema previdenziale. "La pensione - ha spiegato il ministro Fornero - come risultato del lavoro". Dal 2012, dunque, le regole saranno uguali per tutti. Così anche chi all'epoca è stato "salvato" dalla riforma Dini, in quanto aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre del 1995 (in sostanza chi aveva cominciato a versare i propri contributi dal 1978), avrà una parte del suo assegno pensionistico (quello relativo agli anni dal 2012 in poi) calcolato in base ai contributi versati.

Alle casse previdenziali privatizzate dei professionisti (che hanno regola autonome) il governo chiede la messa in sicurezza dei conti in una prospettiva medio lunga, altrimenti si applicherà anche a loro il metodo contributivo a partire, sempre, dal primo gennaio del 2012.

Il governo punta all'armonizzazione delle regole anche tra i diversi fondi dell'Inps che ancora godono di trattamenti particolari, da quello dell'energia a quello dei dirigenti d'azienda.
La riforma andrà a regime nel 2035, da quell'anno le pensioni saranno calcolate totalmente con il metodo contributivo.

ETÀ
Finestre e quote cancellate verso la fine dell'anzianità

Fine delle pensioni di anzianità. Cambieranno anche il nome: dal 2012 si chiameranno "pensioni anticipate" rispetto alle "pensioni di vecchiaia ordinaria". Spariscono le "quote", quel meccanismo "bizantino", come l'ha definito ieri il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che condizionava l'uscita dal lavoro una volta raggiunta un determinata somma tra anni di età e anni di versamenti contributivi, e scompaiono anche le cosiddette "finestre mobili" che facevano slittare di un anno l'uscita dal lavoro per i lavoratori dipendenti e di diciotto mesi per quelli autonomi.

Dal 2012 gli uomini potranno lasciare il lavoro con 42 anni e un mese di versamenti indipendentemente dall'età, le donne, invece, con 41 anni e un mese. Tuttavia chi entro il 31 dicembre di quest'anno maturerà i requisiti per il pensionamento d'anzianità (per esempio 40 anni indipendentemente dall'età anagrafica) potrà lasciare il lavoro senza penalizzazioni. Le penalizzazioni scatteranno dal 2012 e si tradurranno in un 2 per cento in meno nel trattamento per ogni anno di anticipo rispetto all'età minima (62 per le donne e 66 per gli uomini). Restano in vigore le norme sulle aspettative di vita che, dal 2013, allungano l'età di tre mesi

RIVALUTAZIONI
Dai soldi dello scudo fiscale gli aiuti agli anziani poveri
Le pensioni fino a 935 euro mensili, cioè pari al doppio del trattamento minimo, saranno salvaguardate al 100 per cento anche nel 2012 nel 2013 dall'aumento del tasso di inflazione. Per le altre, invece, non ci sarà alcuna perequazione.

Le risorse per l'adeguamento degli assegni al costo della vita arriveranno - ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, durante la conferenza stampa dopo il varo della manovra - "dai proventi derivanti del bollo sullo scudo fiscale". In un primo tempo, per ragioni di risorse finanziarie disponibili, si era pensato di adeguare completamente solo le minime e indicizzare solo per il 50 per cento la quota di pensione dal minimo a quella due volte il minimo.

Il governo Berlusconi era già intervenuto sull'indicizzazione delle pensioni. Per gli assegni da tre a cinque volte il minimo era previsto, per il 2012, l'adeguamento del 90 per cento. Per chi ha una pensione pari a cinque volte il minimo l'adeguamento era del 70 per cento.

Quasi la metà dei pensionati riceve attualmente meno di mille euro al mese. E solo il 15 per cento della platea dei pensionati riceve ogni mese intorno ai duemila euro.

PRIVILEGI
Commercianti e artigiani contributi come i dipendenti
Fine dei privilegi. Il sistema previdenziale italiano è ancora una giungla di regole che spesso finiscono per nascondere rendite di posizione. Per esempio una delle differenze tra i lavoratori dipendenti e quelli autonomi è costituita dal diverso livello di prelievo ai fini previdenziali. Sui primi grava un'aliquota del 33 per cento, sugli autonomi tra il 20 e 21. Ma questo non incide sul calcolo della pensione. Per questo il governo ha deciso di innalzare i contributi di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e aziende agricole dello 0,3 per cento ogni anno per arrivare a due punti in più in percentuale nel 2018.

Attualmente con il metodo retributivo ogni anno di pensione vale il 2 per cento circa dell'ultima retribuzione. Quindi nel caso di un lavoratore con 40 anni di contribuzione l'assegno pensionistico si traduce in circa l'80 per cento dell'ultima retribuzione. È evidente che non è proprio la stessa cosa raggiungere questo risultato con un'aliquota del 20-21 per cento oppure con una che rasenta il 33 per cento. C'è dunque uno scarto, per i lavoratori autonomi, tra quando versato all'Inps durante la propria carriera e quanto si riceve sotto forma di pensione.