Gelmini, i pappagalli e la scuola low cost

di Vincenzo Pascuzzi, 27.9.2010

“La scuola non è un ufficio di collocamento” (1) titola Mario Giordano nella rubrica “Posta Prioritaria” su Libero quotidiano del 23 settembre scorso. Il titolo è relativo alla risposta a una lettera di un lettore riguardo alla scuola e alla situazione dei precari. In realtà la risposta di Giordano è uno spot camuffato in favore ed a supporto della politica governativa nei confronti della scuola.

Dalla sua stessa lettera, si capisce che il lettore che scrive a Libero non appartiene al mondo della scuola, non è né un docente né un ata, e nemmeno ha figli o nipoti che frequentano una qualche scuola, non la conosce né direttamente né indirettamente ma presumibilmente solo dal giornale che legge, da qualche notizia tv e magari da qualche chiacchiera sentita al bar. Perciò Nicola Chiti – questo è il nome del lettore – si lancia in affermazioni del tutto gratuite, infondate e paradossali. Secondo lui il 50% dei 220.000 insegnanti precari delle gae non sarebbero “capaci di insegnare alle nuove generazioni” (?!) e potrebbero essere scoperti e individuati mediante un esame di cultura generale (?!); non specifica fatto quando, con quali modalità e da chi, forse per lui sono dettagli inessenziali. Aggiunge anche qualche altra amenità dello stesso tono.

A una lettera simile un giornale serio non avrebbe nemmeno risposto, l’avrebbe direttamente cestinata. Ma forse a Libero avanzava spazio oppure serviva uno spot camuffato utile per la sua parte politica di riferimento.

Parliamo della risposta di Giordano. La sola parte in qualche modo consistente è quella in cui riporta come argomentazione che “Tutte le statistiche confermano che l’Italia è il Paese che ha il numero maggiore di insegnanti ….”. È la stessa argomentazione reiterata ormai da due anni, come slogan risolutivo, da Miur e Gelmini, che Giordano replica sbrigativo a mo’ di pappagallo senza averla né verificata né confrontata con argomentazioni opposte e contrastanti né con le realtà di classi di 30, 35 alunni di cui pure parlano i giornali e la rete. Inutile continuare, può bastare indicare un link (2).

Più che meschina,  maramalda è poi l’affermazione che precariato scolastico e gae costituirebbero un “perfetto strumento di selezione dei peggiori”. Auspico che qualche precario/a ribatta a tono solo su questo punto.

Giordano ignora di proposito il fatto che precariato e altre attuali sofferenze e criticità della scuola ricadono nella cornice di scuola low cost (ad … ogni costo) perseguita dalla Gelmini a dispetto delle indicazioni e delle statistiche Ocse: a fronte di una spesa media di tutti i paesi pari al 5,7% del pil, l’Italia ora spende il 4,5% e punta a scendere al 3,9%! In euro: invece di tagliare circa 8 mld, bisognerebbe investire 14 mld in più!

Torniamo brevemente sul titolo “La scuola non è un ufficio di collocamento” forse costituisce un ricordo confuso o una citazione distorta della ministra: “la scuola deve smettere di essere un ammortizzatore sociale”. Ora ufficio di collocamento, ammortizzatore sociale – così come pronto soccorso, commissariato, pretura, cassa integrazione, indennità di disoccupazione, tfr, … – non sono cose di cui ci si debba vergognare e perciò vadano evitate (3).

Infine, nella lettera del Chiti, ma di più nella risposta di Giordano, abbondano citazioni e spiritosaggini – alcune anonime, presunte, non attinenti – che fanno da riempitivo superfluo e distraente.

 

Roma, 27 settembre 2010

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(1) La scuola non è un ufficio di collocamento

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=U56X2&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

http://www.aetnascuola.it/categorie/46-lopinione/3635-la-scuola-non-e-un-ufficio-di-collocamentio

 

(2) Viva la scuola. Ma davvero gli insegnanti in Italia sono troppi?

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/09/22/viva-la-scuola-ma-davvero-gli-insegnanti-in-italia-sono-troppi/

 

(3) Il ministro Gelmini e la scuola come ammortizzatore sociale

http://www.polisblog.it/post/2065/il-ministro-gelmini-e-la-scuola-come-ammortizzatore-sociale