Medie molto basse

  di Stefania Rossini L'Espresso, 12 gennaio 2009

Studenti preparati a fine elementari. Insufficienti tre anni dopo. Lo dicono gli studi internazionali. E la politica dimentica il punto debole della scuola Pochi l'hanno notato, ma nel dibattito che va avanti da mesi sulla riforma della scuola, che si fa, poi non si fa, poi si rilancia, infine si ridimensiona, manca sempre qualcosa. In quel gran parlare di rigore e grembiulini, bullismo e voto in condotta, maestro unico o prevalente, tempo pieno abolito e riemerso, precari penalizzati e orari ballerini, tagli all'università e 'onde' di protesta, c'è sempre una grande assente: la scuola media. Quei tre anni cruciali che accolgono un bambino e licenziano un adolescente sono scomparsi dalla scena come se scottassero, come se a toccarli in un solo punto si rischiasse di far crollare un intero edificio. Anche la politica degli annunci a raffica, così felicemente praticata dal ministro Mariastella Gelmini e da tutto il governo, l'ha ignorata e la mini riforma appena varata si limita a infliggerle silenziosamente un taglio di tre ore settimanali (da 33 a 30) e a potenziare su richiesta le ore d'inglese, ma a scapito della seconda lingua.

Eppure è proprio la scuola media il vero buco nero dell'istruzione italiana. Avrebbe bisogno di riflettori sempre accesi, di sforzi per capire le cause del crollo di qualità che colpisce inesorabilmente i suoi studenti. Che entrano vicini all'eccellenza ed escono prossimi all'ignoranza. Lo certificano da anni le indagini dell'Ocse-Pisa che fissano la preparazione dei nostri quattordicenni ben al di sotto della media internazionale e lo denunciano più in dettaglio le ricerche del progetto Timss (Trend in International Mathematics and Science Study) che mettono a confronto i livelli di apprendimento di mezzo milione di studenti di tutto il mondo al quarto e all'ottavo anno di scuola (per noi, quarta elementare e terza media). L'ultima rilevazione, resa nota nei giorni scorsi, è esemplare: si conferma l'ottima preparazione in matematica e soprattutto in scienze dei più piccoli, che si avvicinano alle eccellenze dei paesi asiatici (Singapore, Taiwan, Hong Kong) superando i coetanei di molti paesi europei, mentre i ragazzi delle medie precipitano in fondo alla classifica. Chissà se al ministero dell'Istruzione, dove nessuno è disponibile a parlare del tema, si faranno adesso qualche domanda sui cambiamenti imposti alle elementari e sulla palese indifferenza per le medie?

Il punto è che qualcosa veramente non va in quei tre anni, peraltro decisivi per orientare le scelte degli studi futuri e quindi della vita. Ragazzini competenti e motivati che diventano mezzi asini dovrebbero essere monitorati giorno per giorno, gli insegnanti sottoposti a continue verifiche, l'intero ciclo rivoluzionato. Invece niente, e c'è persino chi se la prende con i turbamenti della preadolescenza o con "la precocità che prima non c'era" (parole della Gelmini).

E pensare che la scuola media era nata con i più nobili motivi nel lontano 1962, quando il primo centro-sinistra ne fece, con la nazionalizzazione dell'energia elettrica, uno dei punti forti del suo impatto riformatore. La nuova scuola, che si chiamò a lungo 'media unificata', rispondeva a un bisogno di uguaglianza delle opportunità che era proprio dei tempi e che fino ad allora era stato negato da un scelta che veniva imposta ad appena 11 anni, alla fine delle elementari: chi era destinato a continuare gli studi andava alle medie, chi invece sapeva di dover lavorare presto, frequentava tre anni di 'Avviamento'. Ma l'operazione si dimostrò quasi subito più un assemblaggio che una fusione, tanto è vero che nei primi anni ci fu un tasso altissimo di ripetenti, fino al 15 per cento. Poi, lentamente, gli insegnanti si adattarono per non compiere ogni anno una strage degli innocenti. Con loro si dimensionò al basso tutto il ciclo. E la scuola media fu dimenticata.

Se si interrogano gli esperti su come possa accadere che un intero paese si infuochi a periodi alterni sui maestri unici o trini, sui licei da moltiplicare o gli istituti tecnici da ritoccare, dimenticando ogni volta quei tre anni centrali, la risposta è un unanime allargar di braccia. "La scuola media è completamente abbandonata, tutti se ne tengono alla larga", ammette Claudia Donati, responsabile del settore Education del Censis e ricorda come l'unico che tentò di metterci le mani fu Luigi Berlinguer, ministro del primo governo Prodi, che propose un accorpamento con le elementari in un ciclo di sette anni. È un sistema applicato in molti paesi europei, ma ne nacque un putiferio perché gli insegnanti di scuola media si sentirono declassati a maestri, mentre quelli delle superiori non erano disposti ad accoglierne una parte al loro livello. Così non se ne fece niente. Giorgio Allulli, direttore di ricerca dell'Isfol, ritiene che il punto debole sia in un modello che ripete l'impostazioni delle elementari e non crea alcun valore aggiunto: "Da più di quarant'anni la media unificata porta tutti ad ottenere una licenza, ma è un titolo che non corrisponde a un effettiva capacità di cittadinanza".

 

E se fosse una scuola dimenticata proprio perché protetta da un uso ideologico della pedagogia? È il sospetto di Giovanni Vincinguerra, direttore di 'Tuttoscuola': "La nostra scuola media guarda allo sviluppo degli apprendimenti in una visione 'narrativa' evitando come se fosse il diavolo la valorizzazione delle differenze e le valutazioni. Ma una scuola senza termometro che scuola è? Nel resto del mondo l'idea centrale è che la conoscenza è tale se si trasforma in competenza, cioè in capacità di risolvere i problemi. I nostri ragazzi sono abituati a sapere, alla pura conoscenza e fanno pessime figure nei test internazionali".

Mariastella GelminiDiagnosi dure e poche ricette, che del resto non spettano agli studiosi. Ma i legislatori sanno che chi tocca la scuola media non sopravvive a lungo e, memori della sorte di Berlinguer, non vanno oltre tocchi e ritocchi. Così persino la decisionista Letizia Moratti si limitò a cambiarle il nome, imponendo il burocratico 'scuola secondaria di primo grado', mentre Giuseppe Fioroni appellandosi a un criptico "la centralità della persona è il soggetto e l'oggetto del nostro nuovo percorso formativo", la lasciò come l'aveva trovata. Fino a oggi anche questo chiassoso 'governo del fare' si è tenuto alla distanza, limitandosi a ventilare una commissione di studio.

Intanto le medie restano quel parcheggio che chiunque abbia figli conosce. Anche le famiglie più motivate iscrivono i ragazzi all'istituto più vicino o a quello considerato il 'meno peggio', guardando già al futuro che (ed è questo il fallimento più grave) non viene quasi mai indirizzato da inclinazioni individuate e coltivate in quei tre anni. Eppure non bisogna essere esperti per sapere che è proprio nella preadolescenza che si affacciano attitudini e talenti fino ad allora indistinti. Così a trarre qualcosa di buono dalla scuola media (o meglio, a non farsene danneggiare) ce la fanno quasi esclusivamente i ragazzi che hanno alle spalle una famiglia motivata o, per dirla con categorie più esplicite, una famiglia di cultura e reddito medio-alti. Non è solo esperienza comune, perché dati significativi emergono da ogni indagine. Un recente studio della Banca d'Italia mostra, ad esempio, che già alle medie il rischio di fallimento per ragazzi i cui genitori hanno frequentato solo la scuola dell'obbligo è dieci volte superiore a quello dei figli di laureati, mentre è la famiglia a determinare la scelta sulla prosecuzione degli studi.

Anche la collocazione geografica, che rispecchia la mappa della ricchezza, fa la sua parte. Le ricerche internazionali ci presentano studenti di serie A e di serie B a seconda della regione di appartenenza. Nell'indagine Timss, ad esempio, i ragazzi del Nord-Est ottengono ottimi risultati in quarta elementare e ancora buoni in terza media, mentre il sud e le isole certificano un grave ritardo di formazione, che peggiora ulteriormente alla fine delle medie.

La scuola nata in nome dell'uguaglianza è, insomma, diventata una fucina di diseguaglianze. Voleva includere ed ha escluso. È doloroso da ammettere, ma a quarant'anni dalla 'Lettera a una professoressa' di don Milani, quasi nulla è cambiato.