SCUOLA

Graduatorie, dirigenti, presidi e insegnanti:
il vero “mostro” è la separazione
fra formazione e reclutamento

Elena Vaj* il Sussidiario 7.8.2009

La questione posta da Max Bruschi su Il Sussidiario del 4 agosto (Dirigenti, presidi e insegnanti: tutti nell’Idra di Lerna delle graduatorie) è troppo importante per essere affrontata con le mezze verità che egli elenca con chiarezza.

Prima altra mezza verità da ricordare, allora. La megasantoria che ha fatto sì che, nelle scuole settentrionali, siano collocati quasi 700 dirigenti scolastici meridionali (e la maggior parte dei 17 mila precari messi in ruolo dalla Gelmini) è vero che va attribuita al centro sinistra, espertissimo, storicamente, nella scuola, di sanatorie e contro sanatorie di vario genere. È altrettanto vero, però, che la Gelmini ha sposato in maniera consapevole questa megasanatoria. Poteva cambiare la norma, infatti, lo scorso anno, nella finanziaria. Avrebbe dato sostanza alla sua battaglia giornalistica sul merito. Non l’ha fatto. Ha preferito continuare la politica di Prodi-Fioroni in questa come in moltissimi altri ambiti che, non sia è profeti, creeranno anch’essi, è solo questione di tempo, non pochi e gravi problemi (penso, in particolare alla riforma della secondaria Gelmini-Fioroni di cui ancora troppo pochi hanno capito i perversi effetti teratomorfi).

Seconda altra mezza verità. Non c’è da fare battute ad effetto (tanto meno borboniche) sull’ultima versione del disegno di legge Aprea bloccato dall’iniziativa della Lega. Sì, «se hai docenti asini, la colpa è solo tua, non del destino e della graduatoria cinica e bara che te li hanno scucchiaiati in bidelleria». Ed è così, senza scomodare l’Idra di Lerna delle graduatorie tanto care a sindacati, sinistra e governo, perché, nonostante il limite di cui dirò tra poco, il disegno di legge Aprea offriva alle scuole la possibilità (la responsabilità) di un triennio di straordinariato solo alla fine del quale esse avrebbero potuto confermare a tempo indeterminato gli inseriti nelle graduatorie degli abilitati che avevano vinto i concorsi banditi dalle reti di scuole. Se volevano, quindi, le scuole potevano rimandare gli incapaci a fare un altro mestiere. Altro che graduatorie! E questo proprio perché solo insegnando si vede se una persona è davvero competente nell’insegnamento. Certo, forse è vero che pretendere serietà dalle scuole nelle valutazioni dei docenti assunti quando il personale di quelle stesse scuole era stato assunto, in questi ultimi decenni, senza vagli rigorosi e quando nel complesso del paese è costume scaricare sempre sugli altri responsabilità proprie, poteva essere troppo. Ma il disegno di legge Aprea aveva questa ambizione (o velleità). Per cui è del tutto vero che, in base a tale disegno di legge, «se hai docenti asini, la colpa è solo tua, non del destino e della graduatoria cinica e bara che te li hanno scucchiaiati in bidelleria». E che il facite ammuina andava rivolto ad altro.

Terza e ultima, questa volta, non mezza verità, ma verità tutta intera. Max Bruschi dimentica che è stato il ministro Gelmini a voler separare (come aveva fatto Fioroni, rinnegando la Moratti) il problema della formazione iniziale dei docenti da quello della selezione in ingresso e dalla carriera in servizio. Avocando il primo problema ai regolamenti ministeriali (a sé) e affidando il secondo all’iniziativa parlamentare, forse, fra l’altro, perché già convinta allora che mai sarebbe stato approvato in tempi brevi, viste le resistenze sindacali, della burocrazia e delle opposizioni ad una simile prospettiva. Non occorre essere aquile, tuttavia, per capire che questa scelta, astuta o obbligata che fosse, avrebbe provocato disarmonie, asincronie, contraddizioni, diseconomie, discontinuità immotivate tra i due momenti. La prima disarmonia (ma proprio prima: le altre, assicuro, verranno non appena ci si sarà resi conto nel concreto dei contenuti della formazione iniziale prevista dal regolamento Gelmini!) è quella subito colta dalla Lega per le ragioni dette da Bruschi. Sei anni di formazione universitaria iniziale non bastano a tacitare le preoccupazioni sulla reale competenza di chi è dichiarato abile all’insegnamento. E non bastano proprio perché, come scrive anche Bruschi, «la capacità di trasmettere conoscenze, di “fare segno” non è misurabile attraverso un test (come quello proposto dalla Lega, ndr.) , ma solo nella realtà della relazione dell’insegnante con le persone che ha di fronte a sé». Ma se è vero questo perché si è separato ciò che doveva rimanere unito? Questa la trafila per diventare docenti: 5 anni per la laurea e un anno di formazione universitaria per l’insegnamento, stabiliti dal regolamento Gelmini; poi, separati pour cause, dai primi 6 anni, il disegno di legge parlamentare bloccato dalla Lega prevedeva bandi dei concorsi per il reclutamento da parte della rete di scuole, quindi tre anni di straordinariato e alla fine conferma in ruolo. In totale 10 anni almeno. E vi pare poco? In nessun paese al mondo accade una cosa simile. E tutto questo perché il ministero ha voluto spezzare la formazione iniziale dal reclutamento. Dimenticando che solo unendo i due stadi, permeandoli l’un l’altro, avrebbe potuto e dovuto, invece, ottimizzare tempi, contenuti e serio controllo qualitativo della formazione non solo dichiarata, ma anche agita. Invece, vedrete, andremo avanti altri decenni ad immettere in ruolo precari con età media di 44 anni.



(* dirigente scolastico, Varese)