Vendersi per un piatto di lenticchie.

Paolo Mazzocchini da DocentINclasse, 24 febbraio 2008

 

Scrivevo qualche anno fa ne “La scuola del P(L)OF” che le riforme ministeriali non hanno come bersaglio il cervello degli studenti bensì il sedere dei professori.

L’espressione era un po’ colorita, ma non mi sbagliavo, purtroppo.

Si finge di mirare da una parte che non viene mai colpita, mentre si colpisce, infallibilmente, da un’altra.


Si finge di promuovere e finanziare corsi di recupero per favorire il ‘successo scolastico’ ed invece si cerca di far passare e accettare (in maniera surrettizia, frodolenta e dannosa per la categoria) quel ‘tempo pieno’ da sempre invocato dall’opinione pubblica più qualunquista ed inconsapevole per punire gli insegnanti presunti privilegiati, rubastipendio, vacanzieri e fannulloni di intiniana memoria.

L’attacco alla categoria avviene sempre più per vie traverse, oblique, astutamente orchestrate, aggirando gli ostacoli contrattuali ed eludendo le debolissime e latitanti resistenze dei sindacati.

Inutile illudersi che un qualsiasi governo si assuma il compito di valorizzare il nostro lavoro innalzando gli stipendi ai livelli europei e premiando in aggiunta il merito.

Il merito di un insegnante, lo sa bene chi conosce questo mestiere, è solo nella qualità del suo insegnamento, non nella quantità. Un insegnante-asino che si renda disponibile per cento corsi di recupero resterà un asino e non potrà certo recuperare di pomeriggio quelli cui non sa insegnare la mattina.

Eppure, ripeto, non c’è da illudersi che un qualsiasi governo premierà mai la qualità del nostro mestiere.

L’unica strada che sanno percorrere i nostri politici (con la complicità di quasi tutti i sindacati) è quella della quantità. L’unico merito che riconoscono – nella loro fregola sparagnina e pseudoaziendalistica - è la nostra disponibilità a lasciarci oberare e sfruttare in mille, più e meno assurde, attività aggiuntive.

ATTENZIONE DUNQUE A NON VENDERCI PER UN PIATTO DI LENTICCHIE.

Cinquanta euro lordi per un’ora extra di recupero è offerta allettante solo per chi è miope. Solo per chi non vede che si tratta di uno straordinario extracontrattuale, non computato per altro ai fini pensionistici e passibile di ulteriori carichi fiscali. Solo per chi non s’accorge che, accettando, metterà addirittura a rischio, in certi casi, il sacrosanto diritto alle ferie estive.
È insomma l’uovo oggi che ci preclude per sempre la gallina un domani.

Ma per sperare che il nostro vero obiettivo non continui ad essere una commovente utopia bisognerebbe dare un segnale forte dal basso, dalla base.

Per esempio boicottare in massa i corsi di recupero estivi, finché siamo legittimamente in tempo, e costringere così i dirigenti a nominare esclusivamente ‘esterni’.

 

Famiglie, dirigenti e governo (quale che sarà) avvertirebbero forse il problema più che se ci muovessimo con qualche sterile ora di sciopero.

Ma perché l’iniziativa possa riuscire al meglio, essa dovrebbe essere sostenuta ufficialmente da un sindacato. E qui veramente mi cadono le braccia e mi viene da piangere...