Lo psichiatra Vittorino Andreoli:
alla società non importa nulla dell'educazione dei giovani

"Aiutiamoli, quel lavoro ormai spaventa".

L'intervista.
Dovrebbero essere direttori d'orchestra, non decidere chi è bravo e chi cretino

Mario Reggio la Repubblica, 28/3/2007

 

ROMA - «L'insegnante dovrebbe essere un piccolo direttore d'orchestra che in classe fa funzionare il gruppo. Non decidere chi è bravo e chi è cretino. Perché chi non sa suonare il violino potrebbe essere un magico suonatore di tromba o di timpani. Non è facile. Ma è un lavoro che può diventare drammatico per il docente motivato, quello che vuol esprimere il suo apporto educativo. Non lo è per quello minimalista, che in fondo va a scuola solo per compiere un rito di sopravvivenza».

Il professor Vittorino Andreoli è direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona, e lo scorso hanno ha scritto "Lettera ad un insegnante" edito da Rizzoli.

Ci sono insegnanti che si sentono emarginati?

«Certo. Lo stesso discorso vale per i giornalisti o i medici quando si convincono di non avere più un senso. La mattina si alzano spaventati da quello che li aspetta. Vanno aiutati».

Come?

«A scuola, il preside dovrebbe smettere di fare il burocrate e analizzare le situazioni delle classi, i luoghi di lavoro. Ma analizzando la condizione di ciascun insegnante, perché ognuno ha il suo vissuto la sua personalità».

Anche gli studenti rischiano.

«Se incontrano un insegnante poliziotto e maniacale, quello che recita la propria parte senza preoccuparsi dei risultati reali che ottiene sul gruppo. Questo è drammatico, specie nella scuola dell'obbligo. Poi c'è il ruolo che la società assegna agli insegnanti».

Cioè?

«Alla società non importa nulla della scuola e dell'educazione dei giovani. Il segnale più chiaro è lo stipendio e come viene trattato il docente dalle famiglie. Il vero problema non è l'economia ma l'apprendimento delle giovani generazioni. Basta prendersela con loro perché usano il telefonino in classe, diamo il maxischermo al professore di Scienze anziché costringerlo ad insegnare con il gesso e la lavagna, come 50 anni fa. Solo così il gruppo, i venti studenti che stanno in classe, possono recuperare l'interesse per la conoscenza».