Alla ricerca dello zero assoluto.

di Giuliana De Tata da Fuoriregistro dell'8/1/2007

 

Nel panorama della scuola italiana, strattonata tra riforme fatte, rifatte ma di fatto mai compiute, siamo gli sfigati della situazione: non tanto giovani da progettare un ben che minimo futuro lavorativo, non tanto . . . anziani da essere pronti ad essere fatti fuori, dal servizio come dalla società; non tanto soddisfatti del percorso professionale condotto fin qui, non tanto a posto con la coscienza per avercela messa tutta a migliorare il sistema scolastico così come l'ambiente di lavoro; non tanto colpevoli del personale destino, ma neanche tanto estranei alle responsabilità del presente.

Siamo noi, professori mediamente cinquantenni, (ma ce ne sono anche di più giovani prematuramente colpiti da improvviso senso di inadeguatezza...), ormai convinti, alle soglie dell'ultima trance di servizio prima di imboccare il viale della pensione, di valere poco o nulla e chissà, forse,di non avere mai avuto un valore professionale reale.

Lo si deduce dal fatto che nell'ambiente scolastico non siamo oggetto dell'interesse di chicchessia, non siamo che dei numeri, nell'elenco alfabetico sul registro delle firme di presenza, o nelle pagine del librone dello stato di servizio del personale. In occasione dei colloqui con i genitori siamo dei nomi su un foglietto più o meno stropicciato nelle mani di un papà, salvo poi diventare un codice nei tabulati del provveditorato agli studi.

Tutto molto concreto, a rappresentare uno stato di un'astrazione totale, assoluta, per paradosso in una situazione, quale quella scolastica, che è di un indefinibile stato, quasi rapportabile al trascendentale per portata e significanza .

In nome della logica dell'organizzazione, benché "debole" per dirla con Romei, il ruolo, la funzione, il valore del docente oggi risultano nei fatti sviliti, azzerati e svuotati di senso, e pensare che noi siamo..."risorsa". Vien da pensare ad una fonte a cui abbeverarsi, a linfa viva che appaga fame e sete di conoscenza, a un otre pieno di ogni grazia: scienza, esperienza, umana pietas (quella di Enea)..., porto sicuro nelle procelle dell'età giovanile (alla Robin Williams: "...o capitano, mio capitano!"), riferimento certo per i genitori ormai spesso impotenti e/o vilmente rinunciatari al cospetto delle inquietudini giovanili; bersaglio della società pretenziosamente buonista, quando c'è un'emergenza collettiva da fronteggiare (da quella ambientale al rispetto del codice della strada o alla scelta dei simboli religiosi).

In collegio, quello dei docenti, siamo "zero", tanto poche sono le persone che votano come noi, esprimendo le nostre stesse perplessità per quel POF appesantito da quattromila progetti tutti uguali, tutti sfacciatamente remake di moduli curricolari, per quell'apertura al territorio che a volte si riduce ad uscite per spettacoli cinematografici o per una visita guidata a Roma nei giorni che precedono il Natale con 12 alunni nel bus zeppo di docenti accompagnatori....Perplessità per il Socrates destinato ad una mezza classe di privilegiati, per quei PON sempre uguali, per quel mare di alunni che subisce una scuola sempre immobile dietro una maschera di innovatività riservata a pochi, gestita da pochi e per questo poco attinente a criteri di equità e di onestà, ben oltre qualunque certificazione di qualità. Noi zero proprio quella non percepiamo: qualcuno ci spieghi per favore se per qualità si deve intendere una coerenza fra il dichiarato e l'eseguito o piuttosto un pezzo di carta da esibire nel pedigree!
Nei consigli di classe i docenti professionisti alla moda, la maggioranza, i nostri outsider, spesso hanno pochi voti sul registro, parlano degli alunni con la puzza sotto il naso, dando motivazioni di tipo giustizialista ai comportamenti del solito bulletto o dello svogliato cronico: mai che dalle loro bocche esca un dubbio sull'operato del corpo docente, una domanda sull'efficacia dell'iter formativo programmato, su quali azioni siano state e si vogliano mettere in campo per fronteggiare certe manifestazioni di disagio adolescenziale. ["Disagio, ma quale disagio!: Questi ragazzi hanno tutto, sono solo sfaticati e viziati e, peggio ancora, hanno genitori che rifiutano di fare il loro dovere,demandandolo ad altri....bla, bla, bla...!"]

Ho assistito, giusto un attimo prima di vestirmi da zero e tirar fuori criticità e propositività, a rese incondizionate di fronte ad un caso di anoressia gravissimo o ad un ritardo di apprendimento camuffato da svogliatezza, oltre che ad innumerevoli casi di valutazione sommaria piuttosto che sommativa, nella logica di chi si mette alla finestra per vedere gli alunni ( mal)capitati lì per caso, cosa sono capaci di fare...

Il professore zero arriva puntuale ogni mattina, rispetta persino i famosi 5 minuti prima dell'inizio delle lezioni, impiega le ore di spacco nel laboratorio d'informatica per ...navigazioni culturali, o resta in un angolo remoto della scuola a rivedere la lezione che ha organizzato per l'ora successiva, piuttosto che uscire per compere o restare a spettegolare dell'ultima storiella, in istituto, tra due chiacchieratissimi colleghi.

Nonostante tutto ciò ed altro ancora, tuttavia, cuore e mente mi dicono che il professore zero è nel giusto e, sotto sotto, è anche appagato del lavoro che fa.

Quale altro impiego potrebbe dargli il piacere di condividere con altri, e giovani per giunta, quello che ha imparato con passione e sacrificio?

Quale compito è meglio assolto, quando si ha la certezza di aver raddrizzato un percorso di crescita che si presentava pericoloso e destinato all'infelicità?

Cosa può valere di più dell'abbraccio tenero di un alunno, ormai adulto, incontrato per strada (o dietro uno sportello di banca o a capo di un'azienda), che in un attimo cerca di ritrovare nei tuoi occhi affetti già conosciuti: l'ansia di uno sforzo, il dispiacere di un rimprovero, le emozioni di un successo, la commozione di un saluto, o che semplicemente ha piacere di comunicarti che ha sostenuto quel tal esame e non ha incontrato alcuna difficoltà perché . . . quelle cose "le avevamo già fatte, se lo ricorda, professoressa!"?

Nella scala delle esagerazioni c'è anche lo zero assoluto. E' un professionista riflessivo che punta la sua personale mission professionale e quotidiana sull'innovazione, in termini di focalizzazione del processo di insegnamento-apprendimento, ricerca di metodi e strategie per una mediazione culturale, assunzione consapevole di responsabilità, funzioni e compiti, esigenza di sinergie professionali all'interno della cooperazione collegiale.

E' un modello che in un barlume di estrema speranza, auspico in espansione in un prossimo futuro nel sistema scolastico italiano; credo che saprebbe attivare una riorganizzazione del sapere capace di recuperare nozioni essenziali come l'umanità, la natura, l'universo, la realtà contestuale, in una globale riforma del pensiero. Il sogno che inseguo è quello di Morin, di una democrazia cognitiva capace di formare cittadini che autostimino la personale capacità di affrontare la vita e le problematiche connesse.

Solo così l'educatore potrà scongiurare il pericolo di vedere relegato il suo ruolo e, peggio, la sua funzione, in un mero ruolo impiegatizio.