Nel nostro Paese 600mila giovani tra i 18 e i 24 anni vivono in condizioni di povertà.
E gli under 18 in difficoltà sarebbero addirittura 1,5 milioni

Dalla precarietà al vagabondaggio

ecco la nuova povertà dei giovani.

di Tullia Fabiani, la Repubblica del 15/5/2006

 

"Ai giovani si chiede di essere creativi, ma la creatività senza politiche di sostegno non basta a generare ricchezza". Questo è il punto su cui insiste Giuseppe Pelizza, quando parla del dossier sulla "povertà giovane" pubblicato su Dimensioni nuove, la rivista mensile che dirige ed è edita dall'editrice salesiana Ellecidi. Si parte dai dati ufficiali: in Italia sono circa 600 mila i giovani tra i 18 e i 24 che vivono in condizione di povertà mentre gli under 18 poveri sono un milione e mezzo. Cifre ricavabili dal Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2004 del governo e che si riferiscono all'ultimo anno disponibile (2003). "Abbiamo preso in considerazione anche dati Istat e una ricerca dell'istituto Eures - spiega Pelizza - ma accanto ai numeri a tratteggiare il quadro dell'indigenza giovanile sono state le testimonianze".

Racconti di vita difficile, che vanno dall'esempio ormai "classico" del lavoro precario che "non permette di costruire niente" a quello più estremo del ritrovarsi in strada come clochard. E non si tratta di casi eccezionali, ma di situazioni sempre più comuni.


"In generale si stanno rivelando situazioni di estrema precarietà - racconta Raffaele Gnocchi, responsabile del Servizio di accoglienza milanese della Caritas (Sam) nel dossier - persone apparentemente normali, ragazzi di 18, 20 o 25 anni che vivono però storie di povertà materiale e relazionale. Così vediamo sempre più gente, senza lavoro, a volte anche senza casa e con tanta solitudine". Eppure ci sono forti paradossi che rischiano di confondere: "Si nota che molti ragazzi possiedono due cellulari - dichiara Pelizza - e noi abbiamo evidenziato come nei giovani sia cambiata la propensione alla spesa. Ma all'origine non c'è una situazione di reale benessere, quanto piuttosto un'incapacità di gestione del denaro, probabilmente frutto di una cultura distorta".

Consumi sbagliati, dunque: eccesso di superfluo, dai telefonini all'abbigliamento trendy, che porta le famiglie a indebitarsi; "effetti della fragilità psicologica con cui guardano al futuro", li definisce la rivista che da 44 anni si occupa di condizione giovanile. Sarebbero questa allora le nuove forme di povertà da combattere: "Va bene preoccuparsi dei pensionati, perché votano anche loro - sottolinea il direttore del periodico - ma il futuro è dei giovani ed è una sfida fondamentale quella di garantire loro un vero benessere".

La domanda, però, è: in che modo? Il dossier propone qualche parere. Dall'idea di promuovere il "capitale umano", come sostiene Giacomo Vaciago, docente di Politica economica all'Università Cattolica di Milano, secondo cui "la gente non riesce più a migliorare la propria posizione come un tempo, quando c'erano contadini che diventavano industriali e operai che diventavano ingegneri". All'ipotesi di allargare il Reddito minimo di inserimento: "Questa forma di lotta alla povertà dovrebbe essere nazionale, non affidata alla sensibilità e alle risorse disuguali dei Comuni - si legge nel dossier - e "universalistica" (aperta a qualsiasi cittadino indigente in quanto tale, e non solo a chi appartiene a determinate categorie di disagio). È stata sperimentata attorno al 2000 sotto il nome di Reddito minimo di inserimento (Rmi), ma la sperimentazione è stata interrotta. La legge Finanziaria 2004 prevedeva di sostituire il Rmi con il Reddito di ultima istanza (Rui). Ma l'applicazione è rimasta sulla carta".

Ed è proprio la mancanza o l'improprietà di certe risposte che denuncia Pelizza. A cominciare da quella della Riforma della scuola: "È una risposta sbagliata a un bisogno reale - afferma il direttore - ma nella situazione di crisi in cui si trovano i giovani non servono barricate ideologiche, bisogna davvero lavorare nell'interesse di una generazione che è il futuro del Paese. Altrimenti perderemo tutti".