Intervento.

Il lento declino dell'Università italiana.

 ''Diritto allo studio impossibile senza investimenti e con organici dimezzati''.

 

  di Domenico Jervolino* da Aprile On Line.info del 2/3/2005

 

Continua con forza in questi giorni l’opposizione alla politica governativa sull’università. Il quadro che esce dalle proposte del governo, che il dibattito parlamentare non è riuscito finora a correggere, nonostante le tante voci di dissenso che si sono espresse, è francamente, da incubo. Se la Moratti e i suoi consiglieri riusciranno nei loro progetti, che si innestano sui difetti antichi dell’università italiana, e sfondano porte aperte o semi-aperte dalle precedenti gestioni politiche, si delinea un'università che, pur restando formalmente di massa, sarà però governata da poteri oligarchici, ancor più di quanto non sia avvenuto in passato, a beneficio di pochi. Alla massa degli studenti è riservata una formazione precaria e approssimativa, impartita da docenti essi stessi in buona parte precari, e il destino di essere immessi come dei semi-lavorati sul mercato del lavoro.

La carenza d’investimenti (anch’essa prosecuzione di una linea politica avviata con le riforme a costo zero del centro-sinistra) lascia poco o nulla sperare in materia di diritto allo studio, di adeguamento degli organici e di sostegno delle strutture indispensabili per l’attività didattica e scientifica.

E’ prevedibile che invece una formazione qualificata e sostenuta da risorse adeguate si concentrerà in pochi luoghi, privati o pubblici gestiti con logica privatistica, per pochi eletti e secondo le esigenze, vere o presunte, del mercato, queste ultime presumibilmente interpretate nel modo più riduttivo, guardando all’utile immediato e non a progetti lungimiranti.

Tutto questo contro le esigenze, spesso proclamate a gran voce, di un forte balzo in avanti della formazione superiore in Europa, se non per ragioni sociali, come sarebbe auspicabile dal nostro punto di vista, perlomeno per sostenere il confronto con il Nord America e con le aree emergenti in un mondo globalizzato.

Il degrado dell’università e della ricerca significa in concreto l’accettazione di un ruolo subalterno per il nostro paese nella divisione internazionale del lavoro, rispetto alla superpotenza imperiale, e ci colloca ai margini della stessa Europa, sposandosi con l’euroscetticismo demagogico dell’attuale governo.

Il dato invece confortante, dal nostro punto di vista, è costituito dalla vastità dell’arco di opposizioni suscitate dai propositi governativi e l’entrata in campo, anche in forma organizzata, di una nuova figura, rappresentata da quei giovani ricercatori che si collocano in un certo senso a metà strada fra gli studenti e i docenti in senso tradizionale. La presa di coscienza del destino di precarietà che la nuova università destina loro (anche se la precarietà si insinua ormai anche nei livelli più elevati della docenza) ha portato alla creazione di originali forme di mobilitazione e di organizzazione a rete, che arricchiscono considerevolmente il movimento per un’università diversa.

 

Sappiamo bene che la precedente politica di centro-sinistra ha aperto varchi all’attuale deriva, per l’accettazione di un orizzonte generale neoliberista, oltre che per più minute indulgenze a poteri accademici forti. Una politica alternativa deve rispondere a una logica del tutto diversa, prevedendo il primato del punto di vista “sociale” e dei diritti universali di cittadinanza. Ciò richiede alcune scelte precise a monte: un sistema formativo di base egualitario e generalizzato, ricco di contenuti culturali disinteressati e non esclusivamente mirante all’inserimento nel mercato del lavoro, fino al conseguimento della maggiore età. E, in modo complementare, un sistema di educazione permanente che consenta a quella parte della popolazione adulta prematuramente espulsa dalla formazione di recuperare i livelli di base e di poter accedere a quelli superiori. Un sistema universitario di qualità, pubblico e di massa, aperto a un numero crescente di giovani adulti che scelgano di continuare gli studi e nello stesso tempo disponibile per l’insieme della cittadinanza per programmi di aggiornamento e di riqualificazione nonché aperto alla committenza sociale del territorio e delle comunità locali, nonché alle esigenze di periodico aggiornamento degli insegnanti di ogni ordine e grado.

Un sistema universitario che non perda la caratteristica essenziale di queste antiche istituzioni che è quello della stretta compenetrazione fra formazione superiore e ricerca disinteressata del sapere.

Entro questo quadro generale vanno inserite le proposte particolari. Il sistema 3+2+x dovrà essere riveduto radicalmente sulla base dell’esperienza compiuta e col pieno coinvolgimento di tutte le componenti interessate. Al posto della tendenza alla specializzazione precoce e parcellizzata, la direzione di fondo dovrebbe essere quella di fornire ai giovani attraverso il primo triennio una seria formazione propedeutica ai grandi campi del sapere, sulla base della quale essi possano successivamente, attraverso un ampio ventaglio di opzioni scegliere strade diverse e personalizzate. Queste strade vanno ovviamente sostenute con forti investimenti sul piano del diritto allo studio, nonché con forme di orientamento che sappiano aiutare i giovani nelle loro scelte senza condizionarli in gabbie da cui non si possa fuoriuscire.

A proposito di stato giuridico dei docenti, di cui oggi di nuovo si discute, va ribadita la proposta antica di creazione di un ruolo unico, sostanzialmente egualitario, anche se articolato in più fasce, che nasca dalla fusione degli attuali, anacronistici tre ruoli (ordinari, associati e ricercatori), con procedure di avanzamento trasparenti al suo interno, legate alla verifica dell’attività svolta e all’esperienza maturata. Fondamentale è la lotta contro la precarietà, che nel progetto del governo arriva a minacciare anche l’attuale personale strutturato, in forme del tutto inaccettabili, e non solo le giovani generazioni. Ad esse, comunque mi pare essenziale guardare con particolare attenzione, anche perché possono costituire una forza fondamentale per il rinnovamento dell’università, garantendo loro percorsi formativi di livello europeo (favorendo la possibilità di studiare all’estero senza essere penalizzati) e offrendo possibilità decenti di lavoro, creando migliaia e migliaia di nuovi posti di lavoro, intanto per rimediare al previsto turn over dei docenti, poi per accrescere e migliorare l’offerta didattica. Così come occorre superare le due strozzature che sono state conseguenza dell’ultima riforma dei concorsi e del modo con cui è stata intesa l’autonomia delle sedi: la contrapposizione fra nuove assunzioni ed esigenze pur legittime di avanzamento dei docenti in servizio, la quasi impossibilità di realizzare una mobilità volontaria dei docenti sul territorio nazionale, aldilà di ogni ragionevole esigenza di stabilire un rapporto ottimale fra studenti e docenti.

Per non perdere la possibilità di conseguire l’obiettivo di fondo di un grande rilancio dell’università pubblica e del diritto allo studio attraverso la convergenza di un’azione dal basso e di conquiste sancite anche in termini legislativi, è necessario proporsi di bloccare oggi la controriforma e costruire dall’opposizione prospettive credibili per il dopo, battendo, occorre dirlo chiaramente, chi volesse tornare senza autocritiche e correzioni alle politiche universitarie del centro-sinistra di ieri.

 

*Docente universitario presso l'UNiversità orientale di Napoli e direttore della rivista