In cattedra solo da nonno.

Il ricambio che non c’è.

di Gaspare Barbiellini Amidei, da Il Corriere della Sera del 22 febbraio 2005

 

Come nella «Montagna incantata» di Thomas Mann, il tempo non passa mai nel mondo degli studi, dalle ex elementari agli atenei. Si invecchia senza dirlo. E si aspetta. È di 56-57 anni l’età media da maestro a professore ordinario. Inutile attendersi ringiovanite energie dai nuovi reclutamenti. Di slittamento in slittamento le reclute incanutiscono. Riguarda candidati in gran parte con i capelli brizzolati anche l’ultimo rinvio ministeriale per più di trecento concorsi universitari, il cui bando per alcune materie era già apparso sulla Gazzetta ufficiale. Il governo chiede tempo per controllare la copertura della spesa decisa in autonomia dalle singole università. Se ne parla dopo il 31 marzo.

Intanto il Parlamento deve scrivere la legge sulla riforma e sullo stato giuridico dei docenti. Forse stralcerà dal resto del provvedimento la normativa sui concorsi. Quelli non ancora banditi ma già in cantiere rischiano così una diversa, ancora neppure ipotizzabile corsia.

Chi disegna su di essi il proprio futuro non avrà per parecchio tempo neppure una cornice, dentro la quale collocare desideri e sogni più o meno accademici.

Nelle scuole l’anno scorso i docenti in qualche modo entrati in ruolo, le ultime leve, avevano in media 43 anni. C’è un paradosso anagrafico che accompagna i ragazzi italiani nei diversi cicli dell’istruzione e nel percorso successivo fino alla laurea e all’eventuale dottorato. Si corre, si corre, ci si può iscrivere alle materne a 2 anni e mezzo e alle primarie, le ex elementari, a 5 anni e mezzo. Ma si apprende poi presto che alla fine della fatica si dovranno passare tempi biblici per trasferirsi dal banco alla cattedra.

Lo stanco gergo della contestazione definisce ancora «baroni» gli ordinari e gli associati, ma sarebbe più appropriato chiamarli nonni. Uno per l’altro hanno 56 anni. Né possono essere considerati giovani i ricercatori, 44 anni di media.

Tutta l’architettura degli studi risente di questo immobilismo generazionale. Il blocco delle assunzioni, voluto negli anni scorsi per la bassa congiuntura economica, aveva creato situazioni umanamente e scientificamente inaccettabili. Più di 6500 individui giudicati idonei alla ricerca e alla docenza erano stati collocati nella «no-person zone». Non potevano prendere servizio perché non c’erano soldi per onorare concorsi già vinti. Il ministero ha sanato da poco l’assurdo. Ora si torna a slittare.

La credibilità della reale copertura finanziaria per i nuovi posti non è omogenea. Il governo teme altri buchi e altri sgradevoli stop dopo l’espletamento dei concorsi, il che sarebbe peggio di un rinvio delle prove. L’autonomia ha i suoi vantaggi e i suoi misteri. Se un ateneo bandisce un concorso di ordinario per un suo ottimo associato, può davvero mettere in previsione di bilancio non gli 80 mila euro che gli costerebbe un professore di prima fascia ma soltanto i 20 mila della differenza di spesa? Come fa questa università a essere certa che il suo candidato sarà il vincitore fra i molti? E se viene giudicato primo un altro da fuori, dove si trovano gli altri 60 mila euro? Regna quindi sovrana l’obiezione ragionieristica. Che ha anche le sue giustificazioni in un’epoca di sciali e vacche magre. Ma tralasciamo il punto centrale, con i suoi risvolti umani e scientifici: servono davvero questi posti? Se sì, bisogna garantirli, se no bisogna tagliarli. E ci sono le persone. Un accumulo progressivo di frustrazioni desertificherebbe insegnamento congruo e ricerca effettiva. Senza osmosi il sistema degli studi non regge. Non si può cristallizzare il mediocre esistente, neppure per la più encomiabile delle intenzioni future. Mentre da noi si slitta, altrove si innova.