ELOGIO DEL PROFESSORE.

La scuola malata.

Chi fa la diagnosi? A chi la cura?

di Ilvo Diamanti, da la Repubblica del 3/4/2005

Al fondo del dibattito, acceso, sulla scuola e il suo futuro assetto, fra gli attori politici e gli osservatori di questo mondo, si coglie, talora esplicito, più spesso accennato, un giudizio diffuso. Che il sistema dell’istruzione oggi sia di qualità scadente. Che "per questo" debba essere riformato. In modo sostanziale.

Lo stesso ministro Letizia Moratti ha sostenuto, apertamente, che la scuola italiana «ha perduto qualità». Non è di livello europeo. E, quanto alla lamentata riproduzione delle disuguaglianze sociali, «peggio di così non può andare». C’è, inoltre, la convinzione che la scuola e gli insegnanti - del settore pubblico in particolare - oggi siano oggetto e causa di insoddisfazione. Soprattutto fra le componenti maggiormente coinvolte: gli studenti e le loro famiglie. Da ciò la necessità di rivoluzionare, più che riformare, l’intero percorso dell’istruzione. Dall’infanzia all’età adulta.

Di ciclo in ciclo. La didattica, la durata dei cicli, l’età del passaggio tra le diverse fasi. E il vocabolario, come in ogni rivoluzione che si rispetti. (La scuola dell’infanzia, invece di quella materna; la scuola primaria invece delle elementari; la scuola secondaria di primo grado invece delle medie, di secondo grado invece dei licei. Mentre l’università affoga in una selva tre più due più uno più tre; fra lauree triennali, specialistiche, master e dottorati... ). Da ciò l’imperativo a cambiare lo statuto stesso del docente, a ogni livello. Perché ? è il retropensiero quasi mai detto, ma sempre sussurrato ? la scuola non funziona. E il personale docente ne è all’altezza (si fa per dire...). Questo processo di riforma, e il (pre)concetto che lo accompagna, quasi come un "principio generale", non è un’invenzione recente. Ha una storia lunga. Questa maggioranza, questo ministro lo hanno solo perseguito con maggiore determinazione e con qualche accentuazione ideologica, rispetto a prima. Va anche detto che l’esigenza di riformare il sistema e la stessa professione docente non è infondata. Rispecchia le profonde trasformazioni che hanno investito la società, il mercato del lavoro, i meccanismi di elaborazione e di trasmissione del sapere. Tuttavia, è giusto fare i conti con rappresentazioni reali e realistiche del contesto sul quale si intende intervenire a fondo. Non con leggende, pregiudizi, dati per scontati e inverificati. E per questo conviene prendere atto che la scuola e gli insegnanti, soprattutto quelli impiegati nel settore pubblico, godono di grande consenso, di grande fiducia fra i cittadini. In particolare fra gli studenti e le loro famiglie. Lo chiarisce bene l’indagine condotta da Demos ed Eurisko. Oltre il 60% dei cittadini, infatti, si dice soddisfatto della scuola, di ogni grado. E gli insegnanti, categoria negletta, registrano una elevata reputazione sociale. Nei loro confronti nutrono molta fiducia quasi sette italiani su dieci, per quel che riguarda le scuole pubbliche. Mentre, per quel che riguarda le scuole private, il gradimento scende a quattro italiani su dieci. Ma, a questo proposito, il dato riflette anche un minor grado di consuetudine e di conoscenza diretta. Gli insegnanti: vengono considerati preparati, capaci di gestire la classe, disponibili nel rapporto con gli studenti (anche se meno nel dialogo con i genitori). E, in generale, il maggiore riconoscimento, la maggiore fiducia, giunge loro proprio dagli studenti più giovani.

Dunque, la scuola è fra i servizi pubblici più apprezzati. Gli insegnanti, delle scuole pubbliche, sono tra le figure più legittimate e riconosciute.

In questo Paese, dove ciò che è pubblico suscita normalmente ripulsa e rigetto. Per cui la scuola e gli insegnanti costituiscono una risorsa importante, per saldare il legame difficile fra i cittadini e lo Stato. Per costruire civismo. Invece, la leggenda del nostro tempo li vuole tutti - scuola, insegnanti, servizio pubblico - scadenti e privi di credito. A torto, evidentemente.

Invece - indubbiamente - gli insegnanti e il sistema scolastico vengono guardati con una certa pena. Con una certa tristezza. Per le condizioni in cui versano. Perché gli italiani interpretano i limiti della scuola, anzitutto, nella carenza di strumenti e risorse. Perché gli insegnanti sono considerati una categoria pagata poco e male. A ragione.

Un percorso di riforma, qualsiasi percorso di riforma, quindi, dovrebbe puntare, fra gli obiettivi primari, a ridurre lo squilibrio fra reputazione e condizione sociale; fra ruolo e retribuzione. Troppo stridente, oggi.

D’altronde, come ha rilevato l’Osservatorio sul capitale sociale di Demos, pubblicato su Repubblica qualche settimana fa, gli insegnanti sono fra le professioni ritenute maggiormente in declino, in quanto a posizione sociale.

Eppure, nella scala del prestigio continuano ad essere considerati con rispetto. Non solo i professori universitari, a loro volta al centro di una forte pressione riformatrice, che ne ha aumentato i carichi di lavoro, la flessibilità (e, per i più giovani, la precarietà). Senza peraltro dotarli di risorse coerenti con le nuove funzioni richieste. Ma anche i professori delle scuole medie e superiori. E soprattutto i maestri. Le maestre. Gli insegnanti di scuola elementare. Che hanno affrontato, negli ultimi vent’anni, cambiamenti profondi dell’organizzazione didattica, sollecitati anche da ragioni di necessità demografiche. Il calo della popolazione scolastica, infatti, ha indotto ad allargare il numero dei maestri per classe e a operare in team. Con esiti contrastanti, ma spesso innovativi e interessanti. E apprezzati. Come dimostra questa indagine. Al punto che gli italiani attribuiscono ai maestri e alle maestre un prestigio sociale pari agli imprenditori o ai liberi professionisti. Un segno di stima, più che una misura della centralità, in termini di reddito e potere. Parametri rispetto a cui gli insegnanti, tutti, si posizionano molto più lateralmente. Il fatto è che, assai più degli imprenditori e dei liberi professionisti, gli insegnanti svolgono un ruolo di interesse "pubblico". Una persona su due, infatti, dichiara di avere in famiglia uno studente. E agli insegnanti tocca il compito di comunicare, dialogare, fare (appunto) da "maestri" alle generazioni giovanili. Affrontando fenomeni nuovi, come l’integrazione dei figli degli immigrati. In tempi duri. Perché comunicare è difficile, il mondo intorno è divenuto più largo, il futuro più corto e indecifrabile. La scuola. Per gli adolescenti e per i giovani è luogo di socialità. Relazioni. Amicizia. Ma anche di mobilitazione, visto l’estendersi della protesta, dopo anni di silenzio. (E la protesta - civile - è un’occasione importante; educa alla libertà, ai valori e alla socialità). Tutto questo è la scuola. Ancora oggi. Nonostante la crisi di risorse, il disorientamento che investe gli insegnanti, oltre agli studenti e alle famiglie. Riformarla è giusto. E condiviso. Molte delle proposte avanzate dal governo registrano, infatti, un ampio consenso sociale. Ed è giusto intervenire sulla professione e sul ruolo degli insegnanti. Introdurre criteri di merito e di valutazione.

Approfondire la formazione. Rendere normale e ricorrente l’aggiornamento.

Che molti insegnanti, peraltro, affrontano autonomamente. Il problema è il modo, l’approccio. Non si tratta di risanare un ambiente degradato. Un carrozzone sgangherato. Né di restituire professionalità a figure disadattate. Nonostante i problemi, la scuola e gli insegnanti (molti, se non tutti) offrono ancora un servizio "pubblico" apprezzato. Per ricorrere al linguaggio del mercato (ancora abusato, anche se sempre meno credibile): erogano prestazioni ampiamente apprezzate dai consumatori. Che, incidentalmente, sono i cittadini. Le famiglie, i giovani. Giusto, allora, riformare la scuola, la professione degli insegnanti. Ma "insieme" a loro.

Partendo dalla loro esperienza. Non senza di loro. Non "contro" di loro.