Integrazione: ma non siamo all’anno zero!

 

  di Elio Bettinelli da Scuola oggi del 2/9/2004

 

A partire dalla pubblicizzazione del progetto di classi “islamiche” in alcune scuole milanesi – ora bloccato – il tema di come possa configurarsi il rapporto fra istituzioni educative/scolastiche e le richieste provenienti dai gruppi e dalle comunità etniche, religiose, linguistiche sempre più presenti e organizzate nel nostro paese, richiama giustamente l’attenzione dei media e di un pubblico via via più vasto. Ciò che è in gioco è il senso stesso dell’integrazione: si tratta di integrazione degli individui o delle comunità organizzate? Quale integrazione poi? Queste e altre domande chiamano in causa scelte culturali e politiche più ampie relative alla convivenza democratica in una società di fatto multiculturale. Il “comunitarismo”, cioè il riconoscimento di diritti e doveri specifici delle diverse comunità (mi si passi la definizione succinta e non esaustiva), è da alcuni indicato come una possibile risposta. Si tratta di temi che non possono essere affrontati superficialmente ma che non debbono neppure venire ignorati quando si prendono decisioni per le istituzioni scolastiche.

Sia nel caso delle classi islamiche sia in quello - recentemente segnalato dalla stampa - della scuola privata libica di Vimodrone che vorrebbe aprirsi ad alunni di altri gruppi culturali e linguistici, pare che solo ora si ponga il tema dell’integrazione sociale e scolastica dei minori con cittadinanza non italiana. Interventi di politici e articoli di stampa sembrano presentare queste vicende, diverse fra loro, come tentativi generosi e illuminati di affrontare il tema dell’integrazione, finora ignorato.

Non è così. Non siamo all’anno zero. Al contrario molta strada è stata fatta nella scuola pubblica, scuola di tutti..

Negli ultimi quindici anni, in concomitanza con l’irrobustirsi dei flussi migratori verso il nostro paese, si è andato delineando un approccio, un modello scolastico integrativo e interculturale, esplicitato da leggi, norme, direttive, ricerche ed indicazioni pedagogiche che hanno teso a rendere la nostra scuola pubblica aperta e accogliente verso tutti i bambini e ragazzi stranieri, in verità seguendo un percorso integrativo che fa parte del patrimonio della nostra scuola ormai da qualche decennio. Fra i punti salienti dell’approccio adottato vi sono il rifiuto di classi e scuole ghetto a favore di un inserimento nella scuola di tutti, nella convinzione che l’integrazione non deve essere solo declamata ma subito praticata, la previsione di iniziative specifiche di insegnamento della lingua italiana, il rispetto e la conoscenza delle culture di riferimento degli alunni stranieri. Tutto ciò ha dato origine a una vastissima, spesso originale, progettualità interculturale da parte dei singoli istituti scolastici, in rete fra loro e in accordo con gli enti locali, come è possibile rendersi conto consultando la documentazione raccolta dall’ INDIRE di Firenze. E’ così che oggi la scuola italiana accoglie al suo interno ormai oltre 330000 alunni con cittadinanza non italiana.

Il modello ha avuto carenze che si sono andate sempre più accentuando fino alla attuale situazione sicuramente preoccupante: si tratta delle risorse messe a disposizione per favorire l’integrazione sociale e scolastica. Sono state avviate iniziative di formazione degli insegnanti, sono stati finanziati – dalla legge Turco – progetti gestiti dagli enti locali sulla base di scelte a livello regionale; è stato possibile in alcune, poche, realtà territoriali avere insegnanti “facilitatori” di apprendimento; anche il contratto nazionale di lavoro del personale della scuola ha messo a disposizione fondi per le scuole collocate in zone a forte flusso migratorio. Di fatto tutto ciò ha realizzato una situazione assai variegata sul territorio nazionale, un vero e proprio abito di Arlecchino, dove un alunno straniero può essere più o meno accolto e sostenuto a seconda della sensibilità del corpo docente, del comune, del provveditorato ecc. Se Miran giungeva dall’Albania a Milano aveva molte probabilità di essere seguito da un insegnante facilitatore, magari di poter fruire, insieme ai suoi genitori, di un mediatore culturale, e infine di partecipare a progetti didattici di valorizzazione delle culture altre. Se fosse giunto in qualche altro luogo poteva non avere nulla di tutto questo. Non si è mai giunti nel nostro paese a garantire almeno un pacchetto di ore per l’apprendimento dell’italiano a tutti gli alunni stranieri.

Oggi spariscono gli insegnanti facilitatori, dove c’erano, e diminuiscono in modo drastico le ore di compresenza. Ma anche occorre segnalare che, ad esempio, nel decreto delegato di riforma e nelle Indicazioni Nazionali per la scuola primaria non compaiono più neppure parole come alunni stranieri, educazione interculturale, società multiculturale. Tutto ciò, insieme alla diminuzione delle risorse, segnala una miope linea politica di occultamento, nella migliore ipotesi di sottovalutazione del fenomeno. Ma anche si rileva una debolezza culturale e di prospettiva: per cercare di governare una società composita occorre avere consapevolezza pubblica della realtà, non ignorare i dati, ma cercare di gestire una politica dandole gambe culturali e risorse per camminare. Una politica sociale e scolastica realmente integrativa non può permettersi di diminuire drammaticamente le risorse quando aumentano gli alunni stranieri, 25-30% in più ogni anno.

Nella scuola statale pubblica si sta giocando una partita importante sull’integrazione ma troppo spesso essa viene ignorata. Anche i mass media preferiscono enfatizzare casi, come quelli delle classi islamiche o della scuola libica di Vimodrone, che coinvolgono una numero relativamente ridotto di alunni stranieri, mentre non indagano sulla realtà delle scuole, sul fenomeno di alcune scuole di fatto “polarizzate” con percentuali altissime di popolazione straniera, sulle scelte scolastiche degli alunni stranieri nella scuola superiore ecc. Avremo occasione di tornare su questi e altri temi per contribuire alla discussione senza ridurre le problematiche ai casi più facilmente spendibili sul piano della comunicazione.