LA NUOVA SCUOLA

Intervento del ministro Moratti sulla riforma dell’istruzione

La competitività è una strategia (non una legge)

di Letizia Moratti da Il Corriere della Sera del 2/11/2004

 

La questione dello sviluppo e della competitività è in queste ultime settimane al centro del dibattito, spesso molto acceso, che ha preceduto ed accompagnato la preparazione della Legge Finanziaria. Questione che, invero, il governo aveva posto come priorità dell’agenda politica fin dall’inizio della legislatura indicando, per il rilancio dell’economia italiana, la necessità di interventi atti a favorire la formazione del capitale umano e l’innovazione del sistema produttivo. Sviluppo, innovazione e competitività sono infatti obiettivi che non si ottengono soltanto per legge. Sono necessariamente il risultato di un paziente lavoro sistemico su tutti i fattori che possono concorrere a determinarli.

Nel dibattito in corso l'attenzione sembra poi essere stata posta principalmente sul tema della ricerca scientifica e sui necessari ulteriori investimenti pubblici e privati.

Io credo che la sfida dello sviluppo e della competitività del Paese richieda invece una visione unitaria ed integrata - «economica» e «sociale» - del processo educativo, formativo e di ricerca nel nostro Paese e quindi del modello organizzativo dell’intera «filiera della conoscenza».

La Legge 53 di riforma della scuola, i recenti provvedimenti per l’università e il Piano nazionale della ricerca, in corso di approvazione, dopo un lungo lavoro di confronto e di valutazione delle possibili linee strategiche della ricerca italiana vanno nella direzione di un approccio organico al grande problema dello sviluppo e della competitività.

Certo, molto resta da realizzare, ma possiamo oggi affermare di essere sulla strada giusta per fare del «sistema della conoscenza» un tema di strategia nazionale fondata sui medesimi principi: una scuola di qualità per tutti, un’università di qualità per tutti, una ricerca di qualità per tutti.

Siamo partiti da una scuola che presentava gravi debolezze nel livello delle competenze di base degli studenti, un alto tasso di dispersione scolastica ed un basso grado di scolarità complessiva.

Per intervenire sulla scuola ci siamo basati sulle indicazioni maturate nella maggioranza dei paesi dell’Ocse: autonomia scolastica per favorire la sperimentazione e il raccordo con il territorio; flessibilizzazione dei piani di studio per permettere ad ogni studente di realizzare le proprie aspirazioni; rapporto organico e strutturato tra scuola e famiglie per offrire ai ragazzi e alle ragazze un sostegno legato anche allo sviluppo delle identità personali; sistema centralizzato di valutazione per fare in modo che il diritto-dovere allo studio sia realizzabile per tutti in condizioni qualitative sempre migliori.

La nostra riforma della scuola ha posto lo studente al centro del sistema educativo a qualsiasi livello, nella scuola primaria, in quella secondaria e nel ciclo di istruzione superiore, come nei percorsi formativi post-laurea, coniugando gli aspetti cognitivi dell’apprendimento con quelli del «saper fare» e del «saper essere».

L’obiettivo che ci siamo posti è di costruire un sistema di istruzione che recuperi la propria missione educativa e, nel contempo, prepari i giovani ad inserirsi meglio in un mondo sempre più competitivo e in rapido e continuo mutamento.

Per quanto riguarda l’università, ci siamo trovati ad affrontare la difficile transizione da un’università di élite ad un’università di massa dovendo garantire standard qualitativi sempre crescenti. Partivamo da tassi di abbandono impressionanti, da un basso rapporto tra laureati e immatricolati, da una scarsa mobilità internazionale, da forti ritardi nei tempi di conseguimento della laurea e, infine, da una percentuale di popolazione attiva in possesso di un titolo universitario che ci collocava, nei confronti internazionali, ai livelli più bassi.

La revisione dei sistemi di finanziamento delle università, che ora poggiano su una rigorosa valutazione dei risultati, e l’adozione di un metodo nuovo nel reclutamento dei docenti, in via di approvazione, che porta ad una sprovincializzazione dell’università e ad un allargamento della base dei giovani ricercatori, sono due degli interventi che stiamo realizzando per migliorare la qualità del sistema universitario, misurato in termini di risultati dei processi formativi, e per stimolare la competitività dei nostri atenei nel confronto internazionale.

I primi risultati che stiamo registrando sono positivi. Mi limito a citarne alcuni: abbiamo riportato all’interno del sistema scolastico 70.000 ragazzi. Sta crescendo la domanda di formazione universitaria con un aumento in tre anni delle immatricolazioni del 19,6 per cento. Cresce il numero di giovani che riesce a conseguire un titolo di studio e conseguentemente sta aumentando notevolmente il rapporto dei laureati e diplomati sul totale degli immatricolati. Infine, sale il numero di coloro che ottengono la laurea entro la durata legale del corso di studio.

Per la ricerca ci siamo mossi in tre grandi direzioni: abbiamo, innanzitutto, voluto rilanciare la ricerca finalizzata al miglioramento della qualità della vita, alla salute, alla sicurezza, alla tutela ambientale, considerandola nel contempo strumento fondamentale per accrescere il valore aggiunto economico del Paese. Contestualmente, abbiamo attivato criteri e metodi per favorire la concentrazione degli investimenti pubblici in grandi aree strategiche nelle quali possiamo eccellere a livello internazionale, incoraggiando un approccio sempre più multidisciplinare. Infine, abbiamo introdotto per la prima volta meccanismi per valutare la qualità, la rilevanza, i risultati dei progetti di ricerca, il numero dei brevetti e la capacità di trasformare la conoscenza in prodotti e processi innovativi.

Tre sono gli obiettivi che considero finalmente alla nostra portata.

Il primo: il raccordo tra ricerca e industria, tra settore pubblico e settore privato. Tale raccordo si fa più serrato e più proficuo con la nascita della prima rete di distretti tecnologici che, mettendo a fattor comune competenze e risorse di una pluralità di attori, sono destinati ad incrementare la competitività delle imprese nei settori tradizionali e a creare nuove imprese nei settori high tech.

Il secondo: il nuovo impulso a progetti dotati di un’adeguata massa critica di risorse in grado di avere maggiori possibilità di partecipare con successo a programmi di collaborazione europea. Esso ci consente di candidarci all’utilizzo dei nuovi strumenti finanziari internazionali (per esempio, le linee di credito aperte dalla Bei per favorire la crescita delle infrastrutture materiali e immateriali).

Il terzo: la crescente internazionalizzazione della ricerca, che sta modificando la nostra capacità di costruire una rete di alleanze scientifiche tra i nostri centri di eccellenza e le migliori università dei Paesi scientificamente più avanzati.

Per scuola, università e ricerca indubbiamente molto resta da fare. Noi consideriamo la competitività e l’innovazione del Paese una delle missioni fondamentali da affidare al sistema educativo/formativo e alla comunità scientifica nazionale.

Una Legge Finanziaria, un singolo intervento di governo, un provvedimento per quanto lungimirante ed articolato non potranno, tuttavia, portarci i risultati che attendiamo. Alla questione dello sviluppo, dell’innovazione e della competitività dobbiamo dare risposta operando giorno dopo giorno, in modo da consolidare nel Paese una nuova consapevolezza sul ruolo del sistema di istruzione e di ricerca, e sollecitando a questo comune impegno tutti gli attori coinvolti unitamente al Governo, dalle istituzioni locali alla comunità scientifica, dal mondo produttivo a quello finanziario.